I ruggenti anni venti di Cino e Franco

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Lo storico del fumetto Coulton Waugh, nel suo volume The Comics del 1947, uno dei primi del genere, riferisce di aver rintracciato nella Biblio­teca Nazionale di New York l’annata 1932 del supplemento domenicale dell’American Journal, dove apparivano tra le altre le tavole domenicali di Tym Tyler’s Luck (La fortuna di Tim Tyler) di Lyman Young, deducendo che, poiché quelle sembravano essere le tavole più antiche del comic dedicato ai due imberbi giovincelli, certa­mente la data di nascita si poteva tranquilla­mente collocare al principio di quell’anno.

Sulla falsariga di questa notazione induttiva, quasi tutti gli esperti del settore, parlando di Cino e Franco, si sono riferiti alla data riportata da Coulton Waugh e riconfermata anche da Clark Kinnaird (che ebbe addirittura l’imprimatur della King Features Syndicate).

Oggi sappiamo, dalla viva voce del suo autore, che questo fumetto vide la luce “nei ‘ruggenti anni venti” e sicuramente nel 1928. I due giovani eroi sono quindi più vecchi di Tarzan e di Buck Rogers. Maturato dalla matrice umoristica ne conservava il disegno caricaturale, la rappresentazione di un’Ame­rica minima e il sapore umoroso di aneddoto legato ai fatti di tutti i giorni, pur su un cano­vaccio di fondo impacciato dalla tradizione dic-kensiana gravida di venature patetiche ed esem­plari. Cino, fanciullo solo al mondo (negli anni successivi suo padre farà una fugace apparizione nelle strips e, morendo, sancirà de­finitivamente la condizione di orfanello del protagonista) era lo spunto per sollecitare nel let­tore benpensante e incantato un ottimismo senza .ripensamenti e riflessioni. Si era negli anni della “grande crisi” e la dottrina del New Deal, già nell’aria, trovava sulle pagine quadrettate dei comics lo spazio per mitigare le inquietudini e i furori che dilaniavano lo società americana di quegli anni.

cine e franco 2Il piccolo Cino, un biondo efebo serioso e impro­babile, incontra nell’orfanotrofio dove è ricove­rato un compagno che gli diventerà inseparabile: Franco, grossolano ed estroverso, vestito della classica divisa che spesso il cinema attribuiva in quegli anni ai comprimari — pantaloni soste­nuti da bretelle e bombetta rigida — rappresen­terà il controaltare divergente ma necessario del timido Cino, seguendo la tradizionale iconografia delle coppie celebri del teatro e del cinema americani. I due fuggono dall’orfanotrofio e ini­ziano la lunga avventura che è giunta fino a nostri giorni, anche se a distanza di più di qua­ranta anni l’immagine dei due adolescènti non ha certo superato l’età giovanile.

Il 1930 rappresentò un’autentica rivoluzione nei fumetti: il grande tema dell’avventura a tutto tondo e il segno grafico portato ai limiti del realismo condizionarono tutta la produzione di quegli anni. Il cinema forzava ormai con le sue immagini realistiche, dove i contrasti erano resi dal movimento delle inquadrature e dal suono, uno stile che lasciava ben poco margine alla fantasia dello spettatore. La suggestione si fa­ceva elemento predominante: i comics che per anni erano stati legati alla tradizione della sa­tira e dell’umorismo, trasferirono, con una note­vole perdita di carica interiore, la loro rappre­sentazione verso i lidi più sicuri e scontati del­l’effetto puramente epidermico.

Cino e Franco resistettero un paio d’anni, ma già verso la fine del 1932, furono proiettati in quell’avventura che doveva poi portarli nel continente africano per coinvolgerli insieme a pantere, leoni, giraffe, negri e malfattori nei classici ingredienti del tra­dizionale intrattenimento d’evasione. Anche il tratto grafico, complice il grande Raymond, si adattò alla situazione epica ed eroica. Un’Africa vista attraverso i veli romantici, ma non per questo meno deleteri, di un ingenuo colonia­lismo: bugiarda, antistorica, romanzesca. Gli uo­mini di colore, che compaiono nelle storie di Cino e Franco, non sono nemmeno delle com­parse: fanno parte della scenografia come le palme e le praterie. Non hanno anima come gli elefanti e i coccodrilli. Ad essi si attribuisce semmai un pittoresco e fascinoso folklore de­gno del più aberrante proselitismo turistico.

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L’amore verso il continente africano è equivo­cato, sublimato attraverso i pregiudizi e non è certamente un caso se in Italia questo fumetto furoreggiava proprio mentre ferveva l’impresa coloniale italiana. I due ragazzi, dopo un paio di avventure che prendevano lo spunto da for­tunati best sellers letterari (la Regina Loana fu certamente ispirata dal romanzo “Atlantide” di Pierre Benoît) trovarono la loro collocazione sta­bile nella “Pattuglia dell’Avorio” del Capitano Clark che di sicuro era uno dei tanti reggimenti coloniali che l’Impero inglese dislocava con com­piti di polizia nei Dominios africani.

La se­conda guerra mondiale doveva aprire una pa­rentesi a questa attività: tornati in patria i due ineffabili e cattivanti giovinetti faranno la loro parte nella Guardia Costiera (c’è un corpo di polizia per ogni eventualità), sbaragliando spie, sabotatori e rinnegati. Terminata la loro mis­sione a favore dello Zio Sam, torneranno nella loro improbabile dimensione africana, tra i pochi sopravvissuti di un colonialismo morto, per for­tuna!, da un pezzo, a rinverdire nella loro pat­tuglia la missione civilizzatrice del “buana” bianco presso i popoli neri in perizoma, anelli al naso e armati di scudo e lancia.

(Bart)

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