Sognando la Borgogna al ritmo di Klapisch

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Lo sguardo e lo stupore di un bambino alla finestra, un’ampia collina incorniciata da vigneti, la Borgogna. Il lento susseguirsi delle stagioni, dischiude dolcemente i sensi al nuovo film di Cédric Klapisch.

Un’opera a detta del regista, a lungo sognata, studiata nei minimi particolari che ha richiesto ben un anno di lavorazione, un tempo record per un film contemporaneo. Ma Klapisch, supportato da un cast tecnico artistico d’eccezione, ha visto la sua tenacia giustamente premiata con la consapevolezza che un progetto così audace sarebbe risultato impossibile senza una fiducia incondizionata. Ritorno in Borgogna è in primo luogo un film sul vino, tema centrale nella nostra società, ma di cui si conosce ben poco. O meglio la nostra conoscenza si limita al prodotto finale, ma pochi intuiscono la lunga e complessa lavorazione che si cela dietro.

foto 2.jpgE proprio su questo punto, il regista non ha lasciato niente al caso, filmando tutte le fasi che vanno dalla raccolta delle viti fino all’imbottigliamento. In un periodo in cui si tende sempre di più a ridurre il numero di giornate di ripresa per ragioni di budget, la possibilità di spalmare le riprese su un anno intero è un lusso. Ciò gli ha infatti permesso di seguire l’intero processo della produzione del vino al suo ritmo reale, ossia quello delle stagioni e della natura.

Ma il principale motivo che lo ha spinto a cimentarsi con una storia così particolare, è stato il desiderio di parlare della famiglia, focalizzando l’attenzione su tre fratelli Jean, Juliette e Jérémie che si ritrovano a fare i conti con il proprio passato dopo la morte del padre. La pellicola si apre su Jean, che attraverso la voce fuori campo (scelta a tratti discutibile, ma mai invasiva) annuncia la sua separazione. Zaino in spalla, s’incammina nel sentiero della vita facendo ritorno a casa dopo dieci anni. Girovagando il mondo non ha trovato nessuna certezza, perché il suo andare via dettato da un desiderio di fuga, l’ha trasformato in un uomo aperto a tutto, in continua evoluzione, ma privo di qualsiasi stabilità.

La vita in Australia e la nascita di un figlio non ha colmato i suoi vuoti interiori che troveranno un modo di coesistere grazie al recuperato rapporto con i fratelli e alla permanenza nella proprietà di famiglia. Attraverso la lavorazione del vino, riusciranno ad instaurare un rapporto in armonia con la natura, scandito dalle stagioni, sentito attraverso il contatto con la terra a cui sentono di appartenere, al di fuori di qualsiasi molesta realtà virtuale. Sì, perché il tema della natura qui appare predominante e per Klapisch dopo aver ambientato i suoi film precedenti nelle più affascinanti città europee, il contesto rurale è un’ urgenza da condividere. I momenti migliori della storia sono proprio quelli in cui il confronto tra fratelli prende il sopravvento.

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Tre personaggi apparentemente diversi, che hanno in comune la difficoltà di stare al mondo, incerti se prendere in mano la propria vita o delegarla a qualcuno come fa Jérémie con il suocero (regalandoci uno dei momenti più esilaranti del film), pur di sfuggire al difficile passaggio nell’età adulta. Nel descrivere i suoi protagonisti, il regista concentra tutto sull’esperienza umana, sugli aspetti della vita, le relazioni. Acuto osservatore, in ogni suo film non si fatica a percepire una totale verità nei personaggi, nelle situazioni, nei dialoghi e nei modi di fare.

La sua sensibilità  trova un perfetto connubio tra realtà e finzione, raccontando attraverso la produzione del vino a cui da giustamente un taglio documentaristico, una storia famigliare. Gli attori, tutti in stato di grazia, sono purtroppo penalizzati da un doppiaggio che rallenta il ritmo e toglie autenticità ai loro gesti ed espressioni. Ed è un vero peccato, perché se il film risulta riuscito è anche grazie all’incredibile empatia che Klapisch è riuscito a creare tra loro. Tanto che una leggera flessione si avverte solo nei loro rapporti privati, in particolare quello tra Jean e Alicia. Ma alla fine è impossibile non restare inebriati e sognare segretamente la Borgogna.

(Laura Pozzi)

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