Il fascino indiscreto di Anais Nin

Nin

Anais Nin è una delle donne più affascinanti della letteratura del Novecento, amante di Henry Miller e di sua moglie June, di Antonin Artaud, dello psicanalista Otto Rank. Scriveva racconti erotici su commissione per un ricco signore che amava dilettarsi in letture spinte, racchiusi in parte e pubblicati postumi nel Delta di Venere. Ma la sua opera più importante è il Diario, ripubblicato in libri separati l’uno dall’altro, ciascuno facente capo a un periodo particolare della sua vita.

Henry e June (scritto tra il 1931 e il 1932) è il titolo del libro che racchiude quella parte di diario in cui la Nin narra della sua avventura amorosa con Henry Miller e sua moglie June Mansfield (la Mona di Tropico del Cancro). In uno dei primi passi racconta di quando li conobbe la prima volta, prima Henry e poi June.

DICEMBRE

Ho conosciuto Henry Miller. È venuto a colazione con Richard Osborn, un avvocato che avevo dovuto consultare a proposito del contratto per il mio libro su D. H. Lawrence.

Mi è piaciuto subito, non appena l’ho visto scendere dalla macchina e mi è venuto incontro sulla porta dove lo stavo aspettando. La sua scrittura è ardita, virile, animale, magnifica. È un uomo la cui vita inebria, pensai. È come me.

Nel bel mezzo del pranzo, mentre stavamo parlando di libri con molta serietà, e Richard si era imbarcato in una lunga tirata, Henry incominciò a ridere. Disse: “non sto ridendo di te, Richard, ma non posso proprio farne a meno. Non me ne importa niente, ma proprio niente di chi ha ragione. Sono troppo felice. In questo momento sono felice e basta, con tutti questi colori intorno, e il vino. Questo momento è meraviglioso, meraviglioso.” Stava ridendo quasi fino alle lacrime. Era ubriaco. Anch’io ero ubriaca, decisamente. Mi sentivo calda, annebbiata e felice.

Parlammo per ore. Henry disse cose profonde e verissime, e poi ha quel suo modo di fare “Hmm” mentre è immerso nel suo viaggio introspettivo!

(Anais Nin, Henry e June, Bompiani 1987/2013, p.13)

anais-nin-henry-miller-695661La scrittura della Nin è molto ricca ma mai barocca o altisonante, è una scrittura d’introspezione sempre votata a un senso di estrema lealtà nei confronti dei sentimenti e delle pulsioni più che dei fatti. Naturalmente la drammaturgia di un diario non è come quella di un romanzo e si presuppone che dei dilemmi interiori dell’autore al lettore possa importare fino a un certo punto. Eppure la Nin ci tiene attaccati alle pagine, inducendo il lettore a tifare per questa storia con Miller, pur sapendo fin dal principio che non potrà durare a lungo (entrambi sono sposati, anche se il matrimonio di lui sembra molto più libertino). June si inserisce tra i due prima come collante e poi come un personaggio altro, quasi al di fuori della narrazione, una sorta di cosmica antagonista, tutta presa da sé stessa e dalla ricerca spasmodica del denaro per sopravvivere; fredda, a tratti barbarica, inespugnabile.

Una faccia incredibilmente bianca, occhi ardenti. June Mansfield, la moglie di Henry. Quando mi venne incontro uscendo dall’oscurità del mio giardino nella luce della soglia vidi per la prima volta nella mia vita la donna più bella della terra.

Volevo rivederla. Pensavo che a Hugo sarebbe piaciuta molto. Mi sembrava così naturale che tutti l’amassero. Parlai di lei a Hugo. Non sentii alcuna gelosia.

Quando uscì di nuovo dall’oscurità mi parve ancora più bella di prima. Sembrava anche più sincera. Dissi tra me: “la gente è sempre più sincera con Hugo.” pensai che fosse anche perché era più a suo agio. Non riuscivo a capire che cosa pensasse Hugo. Mentre June saliva di sopra verso la nostra stanza per lasciare il cappotto, si fermò per un attimo a mezza strada sulle scale dove la luce la inquadrava contro la parete turchese. Capelli biondi, faccia pallida, sopracciglia appuntite e demoniache, un sorriso crudele con fossette disarmanti. Perfida, infinitamente desiderabile, mi attirava a sé come verso la morte.

Poi Henry e June strinsero un’alleanza. Ci raccontarono dei loro litigi, dei loro crolli, delle loro guerre. Hugo, che s’imbarazza di fronte alle emozioni, cercò di smussare gli angoli più acuti con una risata, cercò di appianare le discordie, le parti brutte e paurose, per alleggerire le loro confidenze. Da vero francese, delicato e ragionevole, dissolse ogni possibilità di dramma. Avrebbe potuto scoppiare una scena feroce, disumana, orribile tra June e Henry, ma Hugo ci impedì di saperlo.

Più tardi gli feci notare che aveva impedito a tutti noi di vivere, che aveva fatto sì che un momento di vita lo sfiorasse soltanto. Mi vergognavo del suo ottimismo, del suo tentativo di appianare le cose. Lui capì e mi promise di ricordarlo in futuro. Senza di me sarebbe stato completamente tagliato fuori, grazie alla sua abitudine di essere convenzionale.

(Anais Nin, Henry e June, Bompiani 1987/2013, pp. 21-23)

Anche l’Henry Miller qui tratteggiato muta costantemente forma nella stessa misura in cui mutano i sentimenti di Anais. In principio lui è posto su una sorta di piedistallo, nonostante sia lei la scrittrice più nota tra i due (al tempo lui non aveva ancora pubblicato nulla, riceveva solo rifiuti e conduceva un’esistenza borderline), la Nin prova fin da subito una sorta di timore reverenziale nei confronti della forte personalità, dell’ampiezza culturale (si scambieranno tutto il tempo pareri letterari e consigli di lettura) e proprio dell’aura estrema, animalesca, da artista maledetto, che aleggia su Henry. Poi lo definirà «il più umano» che avesse mai incontrato. Infine i sentimenti nei confronti dello scrittore divengono dissonanti, a tratti è l’oggetto di ogni sua passione, l’uomo ideale davvero, l’uomo che mai al mondo vorrebbe perdere, a tratti è un poveraccio, che si fa mantenere dalle donne (da lei, in particolare) e di un egoismo mostruoso. C’è quel miscuglio di desiderio, ammirazione e ribrezzo o addirittura invidia per una vita che una donna che proviene da ambienti borghesi può solo spiare dal buco della serratura, e in fondo è consapevole che può condurre solo per metà quell’esistenza bohémien ma poi tornerà nella sua sicurezza famigliare, con un marito bancario e quelle poche certezze cui non vuole certo rinunciare. Eppure non si può giudicare la Nin per questo, bisogna invece abbandonare ogni forma di moralismo per accedere alla sua opera, un’opera che più d’ogni altra cosa gronda d’immensa onestà intellettuale, volontà di aprirsi al mondo e far entrare, attraverso la propria confessione, la vita, la vita estrema, la vita al massimo del suo dispiegarsi, al culmine della bellezza. E c’è da dire che la scrittura della Nin è proprio questa Bellezza compresa, ingoiata e ridonata al modo come un fascio di luce abbacinante (per usare una parola a lei cara).

(Ilaria Palomba)

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