La suggestione totale di Pink Narcissus

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Uscito nel 1971, Pink Narcissus è diventato uno dei film che godono della più autentica definizione di cult assoluto, conosciuto anche (più di nome che per essere stato visto) per l’aura di mistero su chi fosse il suo vero realizzatore. Il film infatti, di cui si impadronì forzatamente la casa di produzione Sherpix, fu “distribuito” come anonimo in seguito alla decisione del regista di non far comparire il suo nome, dato che ancora dopo sette anni non era arrivato ad una versione che lo soddisfacesse, esasperando appunto la suddetta Sherpix. Il nome di James Bidgood fu reso noto dallo stesso autore, nella vita principalmente fotografo e disegnatore di moda, solo nel 1999, in occasione dell’uscita di un libro delle edizioni Taschen sul nudo maschile.

Nonostante il risultato finale non sia pienamente quello nelle intenzioni di Bidgood per quanto riguarda montaggio e colonna sonora, il materiale girato di Pink Narcissus ha in sé una forza suggestiva e un valore tale da farne un capolavoro, semplicemente un’opera d’arte. Il soggetto e il fulcro della visione è un ragazzo di efebica ed eccezionale bellezza (B. Kendall), un personaggio imprecisato nella sua identità sospesa tra mito, realtà, sogno e finzione: la sua sostanza infatti è allo stesso tempo l’attore che lo interpreta e il personaggio mitologico di Narciso, è una persona che trova quindi la propria essenza in se stesso, nella propria bellezza fisica insieme concreta e onirica, reale e ideale, storica e leggendaria, autentica ed effimera.

Tutto il film è strutturato alternando sezioni circoscritte nella “realtà” e altre prodotte dalla fantasia di Bobby/Narciso, ma anche quella stessa realtà è ricostruita in modo assolutamente irrealistico e surreale, più finto e immaginifico rispetto alle divagazioni mentali del ragazzo, eppure ancora dotate della stessa sostanza, della stessa sensualità insieme immanente, assoluta e divina. Qui tutta la carnalità, la finitezza della materia e la sua vanità sono direttamente messe in contatto e identificate con un mondo ideale, una sostanza spirituale, evidenziando che, anche solo per poco tempo, l’assoluto e il corruttibile possono coesistere, fin da un inizio che nasce da una natura lussureggiante, magica e artificiosa, bluastra e “meccanica” (gli animali, lo sbocciare dei fiori), che scandisce le sezioni del film e torna circolarmente alla fine.

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La narrazione avviene solo per mezzo di analogie e corrispondenze, metamorfosi e metafore, rendendo ancor più legati i concetti di arte e natura, ossia umano e divino. Narciso era nato dall’unione tra una ninfa e il dio fluviale Cefiso e il fatto che si fosse innamorato di se stesso è perfettamente in linea con i concetti di riflessività e sguardo che sono nella stessa natura del cinema, macchina scrutante e oggetto/soggetto metalinguistico e autoriflettente. Nel film di Bidgood ovviamente lo specchio è il collegamento per eccellenza tra le dimensioni della finzione, della realtà, dell’immaginazione, tra la mente del personaggio e quella dello spettatore, tra le dinamiche del guardare e del vedere/non vedere; è, alla Cocteau, una macchina del tempo e dello spazio, è sovrapponibile allo schermo cinematografico, è uno strumento magico che permette l’identificazione non solo con l’immagine del corpo, ma anche con la proiezione della mente, in un gioco labirintico capace di intersecare le dimensioni, di creare allucinazioni: diventare toreri davanti ad un motociclista o vedersi sdoppiati in uno schiavo e un imperatore dell’epoca romana o ancora in squallidi bagni pubblici materializzatisi dalla stessa forma degli specchi, essere sultani che ammirano la danza di un odalisco vestito di tessuti trasparenti e decorato da lunghe collane di perle, trovarsi rigettati nella trivialità dei sobborghi di una metropoli straniante, essere immersi panicamente nel creato, confondersi con esso, entrarci in armonia con un amplesso. Così infatti il nesso tra natura, uomo e cinema, immagine e corpo, trova la sua coincidenza ideale: il corpo, come già il viso allo specchio o in un primo piano, viene scrutato al millimetro, rivela la sua sensualità e la sua astrazione di superfici e linee, campi e crateri, salite e discese, stasi ed eruzioni, viene percorso da un filo d’erba che ne solletica i sensi e pare un pennello che ne dipinge i contorni e i colori, dalle labbra ad un capezzolo, dal torace all’ombelico.

Bidgood crea un mondo sfavillante di colori accesi (rosa, blu, rosso) e oggetti carichi di brillanti e raffinatezze messi in correlazione dai materiali in un tripudio smaccatamente camp, aumentandone le caratteristiche mirabolanti ed eccessive. Il suo stile ricorda molto l’impalpabilità di Kenneth Anger, senza però l’aria sinistra dovuta ai simbolismi esoterici: qui invece abbiamo una bruciante sensualità, un inno incondizionato all’Essere, lussurioso e altalenante tra ideale e cruda realtà, ma senza sentore di peccato. Pur datata nel suo immaginario, la bellezza di Pink Narcissus riesce ad andare lo stesso oltre il tempo come un classico.

Nonostante la colonna sonora sia stata scelta (e presumo in parte anche composta) dal curatore Martin Jay Sadoff, l’assemblaggio ha un fascino assoluto e perfettamente in linea con l’atmosfera già angeriana delle immagini, in cui hanno una funzione fondamentale Una notte sul monte Calvo di Modest Mussorgsky (orchestrazione di Nicolai Rimsky-Korsakov) e i Quadri di una esposizione sempre di Mussorgsky (orchestrazione di Maurice Ravel, la più eseguita), creando una sospensione sensuale incredibile e soggiogante.

La varietà delle musiche comunque è davvero riuscita, passando anche da musica barocca clavicembalistica a musica orchestrale del classicismo, da lasciva musica araba e inebrianti ritmi spagnoli (la corrida) fino a stranianti atonalismi elettronici.

(Kotrab)

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