Le silenziose bugie de Il Sesto Senso

sesto senso

Nel 1999 M. Night Shyamalan, giovane cineasta dal nome quasi impronunciabile, si fa subito notare come una delle grandi rivelazioni del nuovo millennio con un film che ormai possiamo senza esitazioni definire cult. Il sesto senso, infatti, è un caso più unico che raro: esaltato sia da critica che pubblico, è un thriller paranormale e psicologico che colpisce e stupisce, soprattutto grazie allo splendido finale a sorpresa, ma che non per questo finisce di emozionare con la prima visione. Merito soprattutto di una sceneggiatura solidissima ed originale, fatta di piccoli inganni e particolari taciuti più che vere e proprie bugie, una sceneggiatura in grado di incantare lo spettatore “vergine” con uno spettacolare, e soprattutto commovente, cambio di direzione ma anche in grado di ammaliare coloro che riguardano la pellicola già consapevoli del vero significato di alcune scene: anche costoro non saranno delusi, perché gli indizi sono lì, alla luce del sole, Shyamalan non bara ma dimostra una consapevolezza dei propri mezzi narrativi ed una sicurezza nei lenti movimenti di macchina da grande autore di cinema. Non vorremmo scomodare un mostro sacro quale Alfred Hitchcock, ma anche la necessità di apparire in ogni sua pellicola anche in qualcosa di più che un semplice cameo, non può che farci pensare ad una volontà da parte del regista indiano di ricalcare le orme del maestro del thriller.

Non è certo un caso, quindi, che in una stagione ricca di prodotti horror (Haunting – Presenze, La nona porta, Stigmate, Il mistero di Sleepy Hollow e il discusso The Blair Witch project – Il mistero della strega di Blair) a conquistare un posto di prestigio sia stato proprio questo film, probabilmente il meno horror di tutti, ma anche il più profondo ed attuale.

Tutto questo grazie, oltre che ad una sceneggiatura ed un soggetto esemplari, anche ad un cast altrettanto efficace soprattutto grazie ad un redivivo Bruce Willis perfettamente in parte e al piccolo ma straordinario Haley Joel Osment, immediatamente lanciato nello star system hollywoodiano da una nomination all’Oscar. D’altronde il film stesso ottenne ben sei nomination: Miglior Film, Migliore Regia, Migliore Sceneggiatura Originale, Migliore Attore non protagonista (il già citato Osment), Migliore Attrice non protagonista (la bravissima Toni Collette) e Miglior Montaggio; pur non portando a casa nessuna statuetta fu un risultato estremamente importante se consideriamo la celebre riluttanza da parte dell’Academy a premiare i cosidetti “film di genere”.

(Luca Liguori)

Rispondi