L’altra verità. Diario di una diversa, di Alda Merini

alda meriniIl “Diario” è stato pubblicato la prima volta nel 1986. Nel libro la scansione temporale non è rispettata e più che una descrizione di vicende quotidiane, il “Diario” è un viaggio sentimentale, dominato da una forte componente emotiva che si sviluppa attraverso una delicata lirica in prosa.

La Merini racconta in frammenti, a volte ripetendosi, alcuni degli accadimenti che hanno caratterizzato dieci anni della sua vita, quelli trascorsi all’interno di un manicomio. L’internamento nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Affori, Milano, inizia in preda ai fumi del male e su richiesta di suo marito. I giorni sono tutti identici. Sveglia alle cinque del mattino per essere sottoposti al rito dell’elettroshock: così ben presente potevamo avere la punizione che ci sarebbe toccata non appena avessimo sgarrato.

Uomini e donne vivono in padiglioni separati, ma un giorno nell’area femminile entra Pierre. Era un uomo buono, un malato muto. Si innamorò di me e lo capii dai suoi sguardi dolci, dalle margheritine che mi regalava ogni giorno. Alda trova un amore. Pierre diventa un rifugio, la risposta al bisogno di dolcezza e calore che qualsiasi essere umano, in qualsiasi inferno sia costretto a vivere, non può non avere. Un giorno aprono i cancelli e i malati possono uscire in giardino. Alda finalmente può toccare le rose che, fino ad allora, aveva solo potuto guardare. E’ questa, forse, la parte più toccante e poetica del “Diario”: la nostra sofferenza era arrivata fino al fiore, e era diventata fiore essa stessa. Dio!, mi parve di essere un’ape, un’ape gonfia ed estremamente forte. […] Divine lussureggianti rose! Non avrei potuto scrivere in quel momento nulla che riguardasse i fiori perché io stessa ero diventata un fiore, io stessa avevo un gambo e una linfa. E’ in questo frangente che Alda e Pierre concepiscono una figlia. Ma prima che lei nascesse, Pierre viene “deportato” in un altro cronicario e Alda, senza volerlo, rimane vedova di se stessa.

alda 2Sono tanti i momenti in cui la Merini parla della solitudine e del silenzio del manicomio. Un silenzio grave ed ingombrante, spezzato, a volte, solo dalle grida penetranti di qualche donna legata al proprio letto con fascette a polsi e caviglie. L’abbandono che domina un luogo del genere è descritto con gli occhi di una donna consapevole del proprio male. Uguale eppure diversa dalle altre malate, fragilissima e distante dal mondo. Dispersa per tempi che non riesce neppure a ricordare, ma comunque lucidamente sofferente e presente a se stessa. Le crisi, le cure a base di Serenase, Pentothal, Dobren, la condanna al distacco dal mondo, la sofferenza che viene tradotta in chiusura e vergogna, i passi lenti e vuoti di un’umanità a cui è stato tolto tutto, anche il diritto di essere malata ed emarginata.

Eppure la Merini, in un’aggiunta finale spiega che, nonostante tutto, il manicomio vero è quello che lei ha vissuto fuori dal Paolo Pini. L’inferno reale è quello che ha conosciuto vivendo a contatto con altre persone, con chi l’ha giudicata, criticata e non amata. Questo libro rappresenta l’altra verità, quella di una una donna che si esprime con coraggio e poesia, rivendicando pienamente la libertà di essere “diversa”.

(Maria Tortora)

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