Un classico oltre il tempo. L’esorcista

Negli scavi archeologici nel nord dell’Iraq viene ritrovata la statua del demone Pazuzu e il sacerdote Merrin, lì presente, ne rimane visibilmente sconvolto. Nel frattempo a Georgetown, durante le riprese del film in cui recita la famosa Chris MacNeil, la dodicenne Regan, sua figlia, inizia ad avere degli strani disturbi, problemi a dormire, iperattività fino ad eccessi di turpiloquio e strani sussulti. Dopo una lunga serie di analisi mediche e psichiatriche e in seguito alla sospetta morte del regista suo amico nei pressi della loro casa, l’atea Chris verrà convinta a chiedere aiuto alla chiesa per provare un esorcismo sulla figlia. Sarà il tormentato Padre Karras, da poco rimasto orfano e dalla fede vacillante, insieme a Padre Merrin a tenere lo scontro finale col demone che si è impossessato della bambina.

Sono pochi gli horror ad aver raggiunto lo status quasi paradigmatico di classico intramontabile che ha tuttora questo film: grande successo di botteghino all’epoca, svariate nominations agli Oscar del 1974 (di cui due vinti per la sceneggiatura non originale e il sonoro), apprezzato dalla critica e ricordato per le convulsioni e gli isterismi del pubblico dell’epoca, modello per il cinema demoniaco successivo mai eguagliato, insomma siamo dalle parti del capolavoro.

The-Exorcist-Max-von-Sydow-Pazuzu-demon-statueLa storia narrata nel film, secondo William Peter Blatty, autore del romanzo da cui è stato tratto e della stessa sceneggiatura, è stata ripresa da un fantomatico caso di esorcismo di cui si era sentito parlare nel Maryland nel 1949 e va detto che già questo contribuì e non poco al successo iniziale della pellicola. Per quanto riguarda il rapporto col libro, nel film non viene stravolta la vicenda, anzi viene oltremodo semplificata e resa ancor più efficace: laddove nel romanzo si approfondisce l’evoluzione dei sintomi della piccola Regan, vagliando tutte le ipotesi medico-scientifiche possibili, nel film si punta su immagini forti e su un’atmosfera potente e angosciante come poche ancora oggi si possono immaginare. Si passa infatti dal cocente deserto iracheno su cui spicca la statua demoniaca e in cui i vicoli sabbiosi diventano un dedalo senza vie di fuga per lo spaventato e ormai vecchio Padre Merrin ai viali autunnali di Georgetown in cui l’apparente sicurezza del posto lascia pian piano spazio all’insinuarsi del male tra profanazioni di statue e chiacchierata con la tavoletta oujia.

Exorcist+Exorcista+1973+subliminalIntento comune sia del romanzo che del film è raccontare questa storia con la maggiora attenzione possibile alla realtà: nel primo infatti la luna serie di digressioni scientifiche e il forte scetticismo serve a condurre il lettore sullo stesso piano dei protagonisti per convincerlo che forse effettivamente l’esorcismo è l’unico mezzo per salvare la vita di Regan, nel film invece, oltre alle dettagliate scene di cure mediche si punta molto sull’angoscia e i tormenti dei protagonisti (Chris e Padre Karras su tutti) spingendo lo spettatore a condividere i loro drammi. Riusciti in questo caso sono appunto i protagonisti: si va dall’allora piccola e bravissima Linda Blair all’ottima Ellen Burstyn nei panni di Chris, attrice atea, donna di successo e madre divorziata e amorevole, che mostrerà sul suo volto i segni della discesa nell’incubo e la perdita di ogni speranza fino a rifugiarsi nella sconosciuta fede. Molto interessante è anche il personaggio di Padre Karras, psichiatra nel collegio gesuita, segue e consiglia i novizi riguardo la loro vita secondo gli insegnamenti di Dio, ma è proprio lui, in seguito alla morte della madre, ad essere vittima della sua stessa esistenza priva ormai di significato.

Exorcist-DemonLa ragione quindi del successo imperituro della pellicola e della sua capacità di spaventare ancora dopo 40 anni va forse riscontrata nell’aver sondato una delle paure più ancestrali dell’uomo: quella dell’assenza di una spiegazione di fronte a quanto non si conosce. L’essere umano, per sua natura, è portato a confrontarsi con l’ignoto e a rifugiarsi in qualcosa, sia esso bene o male, che non riesce a definire ed è in questo sottile spazio tra il Male e il Bene che il film cerca di insinuarsi. Non a caso le menzogne utilizzate da Pazuzu per ferire chi è intorno alla bambina hanno comunque un riferimento alla realtà, a sottolineare la difficoltà di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Non è quindi il vomito verde (zuppa di piselli in realtà) o il volto sfigurato della piccola vittima a fare paura nella sua ormai famosa “spider-walk” della versione integrale distribuita nelle sale nel 2000 (grande comunque il comparto effetti speciali firmato Rick Baker e Dick Smith) e nemmeno le distorte grida blasfeme o i crocifissi insanguinati possono turbare più il pubblico dei giorni nostri, quanto invece le visioni di Padre Karras o le apparizioni subliminali del demone negli angoli più insospettati della casa della vittima.

Ogni ulteriore parola per spiegare il significato rivestito da questo film nella storia del genere è superflua, capostipite di una saga dagli esiti non sempre felici, parodiato e imitato più volte, è uno dei pochi classici ancora risparmiato dalla moda dei remake hollywoodiani di oggi.

Si consiglia la visione anche ripetuta nel tempo per non dimenticare le origini del moderno horror e inchinarsi alla capacità di inquietare, di lasciare quel senso di disagio che resta anche dopo le battute finali del tenente Kinderman sulle note del celebre pezzo di Mike Oldfield, insomma per citare Regan/Pazuzu è sempre “una giornata ideale per un esorcismo”.

(Alessandro Cruciani)

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