La dolente Istanbul, nel lungometraggio di Celyn. Uzak

uzak
Mahmut (Muzaffer Özdemir), alla soglia dei quarant’anni, viene lasciato dalla moglie. Il cugino, Yusuf (Emin Tropak), perde il lavoro perché la sua fabbrica chiude i battenti. Il dolore di vivere li affliggerà entrambi, avvicinando le loro vite ma senza per questo far dialogare poi troppo due sensibilità contrapposte e agli antipodi.

Immerso in uno scenario magnifico e dolente (una Istanbul coperta dalle neve, anima del film e suo cuore pulsante), il terzo lungometraggio del turco Nuri Bilge Ceylan è la storia di due uomini che vedono crollarsi il mondo addosso, immortalati dal regista con tono dimesso e scabro, con una imperturbabilità che sta addosso al loro disagio dando vita alla rappresentazione di un malessere sotterraneo, indicibile, inespresso. All’apparenza un cinema gelido e distante, capace di nascondere immagini impressionanti per poesia interna e per costruzione estetica, per delicatezza e forza lirica. Mettendo a fuoco attraverso una eccezionale cura del dettagli i connotati astratti di un paesaggio peculiare, che si fa specchio dell’anima dei personaggi cogliendone la freddezza e la fissità. Un canto del cigno di due parabole travagliate giunte a un punto di non ritorno, dopo il quale tutto quanto può annullarsi definitamente e ricominciare. Un elemento decisivo, che dà al racconto la valenza determinante di un punto di svolta decisivo per ciò che viene narrato, permettendo al regista di cullare l’immobilismo della propria regia senza risultare manieristico e imbalsamato. Inseguendo, semmai, il cinema di Michelangelo Antonioni, i suoi silenzi e i suoi vuoti, con una personalità marcatamente contemporanea. Gran premio della giuria e Palma d’oro congiunta per i due interpreti (Özdemir e Toprak) al Festival di Cannes.

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