Il primo uomo cattivo, di Miranda July

ilprimouomocattivoMiranda July è un’interessante artista/regista/scrittrice americana già autrice di uno di quei film indie che di solito vincono il Tribeca, “Me, you and everyone we know”, e di una raccolta di racconti tradotta in italiano, “Tu più di chiunque altro” (ed. Feltrinelli).

Si tratta di una di quegli autori statunitensi molto attenti alla sperimentazione del linguaggio che quando calcano un po’ troppo la mano corrono il rischio di vedere la tecnica prendere il sopravvento sul contenuto.

“Il primo uomo cattivo” è il suo primo romanzo e viaggia pericolosamente su questa linea per buona parte del libro, per poi dare un senso a tutto il suo spiccato surrealismo verso una parte finale incredibilmente reale.
La storia è quella di Cheryl, una di quelle quarantenni a cui tutti fanno notare che “sembra lesbica” (cosa che come sappiamo tutte ad una certa età indica una forte somiglianza con le suore: no trucco, capelli corti, vestiti lievemente anonimi), che non ha soddisfacenti relazioni con qualcuno dall’età della pietra e si consuma in uno strambo amore per uno dei suoi capi, un sessantenne senza molto fascino che la considera a malapena.
Un giorno il destino si mette in moto: i due proprietari della sorta di gigapalestra per cui lavora (non si capisce bene cosa sia, può essere che sia scema io, che non esista in Italia un corrispettivo del genere o semplicemente che la July non abbia voluto descriverla esattamente) la pregano di ospitare la loro unica figlia, Clee, una ventenne senza né arte né parte, bionda e provocante che usa lavarsi poco e lavorare per niente. Il tutto mentre il sessantenne oggetto dell’amore di Cheryl si invaghisce di una sedicenne distruggendo i suoi sogni.

La parte centrale del libro racconta il delirante rapporto tra Cheryl e Clee che si attraggono e respingono al punto di dover mettere in scena vere e proprie scene di lotta, cosa che potrebbe confondere l’idee e rimanere oscura a molti, ma certo non a noi.
Miranda July ha infatti messo in scena con una buona dose di surreale quella che potremmo chiamare: una grande epifania lesbica dell’età adulta.

Le donne che solo da adulte realizzano di colpo che forse c’era effettivamente qualcosa che non tornava nelle proprie relazioni sentimentali, nel sesso che ok, però c’è qualcosa che non va, e in una protratta solitudine (o relazione etero stranamente insoddisfacente nonostante tutti gli ottimi presupposti), capiranno al volo il senso del bisogno di lotta di Cheryl.

Una necessità così forte da causarle veri e propri disturbi psicosomatici quando Clee si rifiuta di lottare con lei e ha una soluzione solo quando ciò che era evidente già da decenni diventa improvvisamente splendente come il sole.

Ma non è una storia d’amore banale, non ha un finale né scontato, né melenso né a base di poiana. Piuttosto, ha una risoluzione molto reale, amara per alcuni versi, dolcissima per altri. Vi dico che c’entra un pupo, una separazione, due mamme e un viaggio in Cina.

Rispondi