L’amore come metafora politica. La riunificazione delle due Coree

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La riunificazione delle due Coree, un titolo politico per un’opera teatrale che parla di amore coniugato in tutte le forme possibili, è una metafora sulla difficoltà, a volte impossibilità, di unire due anime alla ricerca della propria gemella,  esattamente come le due nazioni asiatiche divise dagli anni 50 e ormai abissalmente lontane dal punto di vista politico e socio-economico. Il testo rappresentato al Teatro Vascello di Monteverde dal 28 marzo al 2 aprile è una acclamata pìece teatrale di un autore francese, Joël Pommerat, vincitrice di vari premi in Francia, e portata in Italia dal regista napoletano Alfonso Postiglione con una traduzione scenica essenziale ed efficace.

Nove attori (5 donne 4 uomini) si alternano in una scenografia scarnissima, dove l’unico elemento che stilisticamente a me ha ricordato l’art decò  è un poligono/orologio sullo sfondo che ruota periodicamente come a delimitare il passaggio tra un quadro e l’altro, e interpretano ben 51 personaggi in 18 brevi bozzetti a volte intervallati da balletti o altre scene corali che li vede contemporaneamente tutti sul palco.

la riunificazione delle due coree.pngCome accennato all’inizio La riunificazione delle due Coree tratta dell’amore visto in varie sfumature, a volte con toni comici, a volte con toni più malinconici. Non tutti i 18 quadri rimangono impressi nella mente; alcune volte si ripropongono situazioni retoriche come quella del triangolo a tre, dove lei è indecisa anche a distanza di tempo tra lui e l’altro, oppure (altro quadro, altra situazione) dove pur in procinto di sposare un uomo urlando a (sé stessa) di amarlo, in verità si aggrappa con tutta sé stessa ad un altro perché la menzogna non dura mai troppo a lungo. O la deliziosa scena comica dove alla vigilia di un matrimonio con una delle cinque sorelle si scopre che lo sposo ha nascosto flirt con tutte le altre avute nel corso degli anni passati, e la verità viene a galla solo grazie alla gelosia di una di loro.

Ma i bozzetti che più mi hanno convinto sono quelli di maggior spessore narrativo e interpretativo. L’amore lancinante di un professore per un suo alunno, accusato senza mezzi termini di pedofilia dai genitori sconvolti – eppure lo spettatore è indeciso fino all’ultimo a chi dar retta – nonostante gli indizi vengano sempre più a galla, con l’insegnante che passa dalla negazione assoluta di contatti di natura fisica con il ragazzo ad una disperata confessione di amarlo, e più genuinamente dei suoi genitori incapaci di comprenderne la sensibilità; l’amore poetico di un uomo anziano per sua moglie, ormai affetta dal morbo di Alzheimer, che non riconosce più né il marito né i figli che sono venuti a trovarla nel week-end; l’amore surreale per dei figli che non esistono, ma che sono l’unico legame virtuale a tenere unita una coppia che assolda persino una baby-sitter per dare maggiore credibilità alla vicenda. L’amore malinconico di due vicini di casa, che si ritrovano nel loro condominio a parlarsi e conoscersi meglio mentre i rispettivi consorti si conoscono carnalmente a casa di uno dei due (una scena che mi ha ricordato le atmosfere di un’altra opera transalpina, stavolta cinematografica, Il condominio dei cuori infranti); l’amore omosessuale mascherato da amicizia di un uomo per il suo compagno di baldorie, il quale, proprio dopo una di queste, confessa delle cose spiacevoli sull’altro pensando di non dire nulla di grave – in fondo tra amici ci si dice tutto – e invece scoperchiando il vaso di Pandora in chi aveva avuto un’inclinazione di natura differente dall’amicizia e portandolo al pianto dirotto. Infine la scena finale, una prostituta (?) sui pattini, che pur di dare e ricevere amore fisico, è disposta a farlo gratis con un uomo di ritorno da una partita di calcio con gli amici, e quest’ultimo ipocritamente prima afferma di non aver soldi per pagarla e per giunta deve andare dalla compagna che lo aspetta, ma poi approfitta della situazione e la paga, ma con una somma irrisoria e umiliante; il gesto finale della donna ci riporta forse in modo un po’ telefonato all’idea della purezza incontaminata di chi non vuole sporcare l’atto d’amore con l’ipocrisia altrui.

La riunificazione delle due Coree pur con alcuni (pochi per la verità) momenti di debolezza è uno spettacolo di ottimo spessore narrativo che conferma l’ottima programmazione del Vascello in questa stagione teatrale dopo i binomi Battiston/Pasolini,  Gifuni/Camus e la straordinaria trasposizione del monologo di Molly Bloom da parte della compagnia torinese dei Marcido.

(Gianluca Sforza)

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