A snake of June, l’eros made in Japan

Ancora cinema. Ancora Giappone. Torno un’altra volta sul fenomeno conosciuto come Pinku Eiga, tentando una recensione di uno dei capolavori assoluti di questo genere: il “Serpente di Giugno” (六月の蛇, Rokugatsu No Hebi – A Snake of June), che fu premiato nel 2002 al festival di Venezia nel Concorso Controcorrente, ottenendo il Premio Speciale della Giuria.

a-snake-of-june-8Il Pinku Eiga  (ピンク映画), Film Rosa) è una categoria specifica del cinema giapponese, corrispondente in modo grossolano all’idea di un film soft-core a basso costo prodotto ai margini dell’industria cinematografica. I Pinku Eiga hanno spesso raggiunto risultati di elevato spessore artistico, sia per quanto riguarda la critica sociale e la provocazione che per il loro ruolo di palestra formativa per cineasti indipendenti, i quali, in più di un’occasione, hanno orgogliosamente rivendicato il valore sovversivo e sperimentale del loro lavoro. Dopo una battuta d’arresto sofferta dal genere Pinku all’inizio degli anni Ottanta, molte case indipendenti hanno iniziato un nuovo ciclo di film erotico che strizza l’occhio alla avant-garde, quella corrente artistica che rifiuta i canoni, i modelli e i generi tradizionali. In A Snake of June, opponendosi al senso comune, al banale, la dimensione erotica deriva dalla qualità emotiva piuttosto che dagli aspetti puramente carnali.
Tra i registi indipendenti più interessanti della nuova scena giapponese spicca il nome di Shinya Tsukamoto (塚本 晋也), classe 1960, genio delle pellicole cyberpunk e autore del capolavoro Tetsuo (鉄男), conosciuto anche come Tetsuo: The Iron Man), che narra le vicende di un auto-feticista estremo (interpretato dallo stesso regista) che è solito innestare componenti metallici vari nel proprio corpo. Shinya Tsukamoto è uno dei maggiori esponenti della new wave giapponese degli anni Ottanta, quell’ondata di nuovi registi giovani, sperimentali e indipendenti che hanno mostrato un occhio di riguardo a situazioni estreme e scioccanti. Il suo “A Snake of June” è la trasposizione di una delle fantasie erotiche più rimarcate in Giappone: il voyeurismo.
Rinko (Asuka Kurosawa) è una assistente psichiatrica telefonica, sposata con Shigehiko (Yûji Kôtari ), un uomo d’affari inaridito, sensibilmente più vecchio, ossessionato dalla pulizia domestica. Il loro rapporto si trascina nell’indifferenza, completamente privo di passione. Un giorno Rinko riceve delle foto in cui appare impegnata in atti di autoerotismo: le sono state mandate da un uomo che sarà destinato a sconvolgere per sempre la loro esistenza. Il misterioso voyeur (interpretato dallo stesso Shinya Tsukamoto), con il ricatto di mostrare le foto al marito, la costringe a superare le sue inibizioni ed a prendere consapevolezza del proprio corpo, mostrandosi in pubblico con abiti per lei inappropriati (in minigonna, senza biancheria intima) e masturbandosi con un vibratore comandato a distanza da lui. Perchè anche tu non fai davvero ciò che vuoi della tua vita? Indossa la gonna che hai tagliato e va in giro per la citta. Indossala come fai in camera tua! Ma i vicini potrebbero vederti,quindi portala con te, ti indicherò io dove cambiarti. Ti dirò dove andare. Poi ti restituirò foto e negativi. Come pensi possa credere ad una persona come te? Non è sesso che voglio da te, sto solo seguendo la mia passione. Cosa ti spinge a fare una cosa del genere? Non puoi farlo perchè CREDI di non poterlo fare! Finiremo insieme all’inferno. Perchè io? Perchè devo essere io? Mi hai dato la forza di vivere. Mi hai dato la forza di continuare a vivere. Ma guardati, non sei ancora in grado di seguire il tuo cuore.
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Quello di Tsukamoto è un erotismo privo di contatto fisico, sul quale aleggia l’alito umido della morte. L’acqua è l’elemento dominante: quella della pioggia di giugno, quando in Giappone è la stagione delle piogge e che nel film alimenta l’ossessione sessuale, scandendone i tempi. Il film è girato in un bianco e nero virato in blu, ovvero il colore che rappresenta le ortensie e l’acqua, elementi iconici presenti per tutta la durata del film. “I corpi nudi vanno ritratti in maniera monocroma” dice il regista, evidentemente influenzato dal pensiero di Helmut Newton, “La pioggia è solitamente trasparente ma non quella di Tokyo. La pioggia di Tokyo è blu”. Corpi nudi che si scontrano alla ricerca di una rivalsa dalla malattia dell’organismo e dell’anima per mezzo della coscienza della propria sessualità. A Snake of June non è in assoluto il capolavoro di Tsukamoto, ma è forse il film che meglio rappresenta tutta la sua poetica. Le varie tematiche che il regista ha affrontato nel corso della sua carriera sono praticamente tutte (o quasi) presenti in A Snake of June: dalla mutazione del corpo alla sessualità, dalla figura demiurgica al voyeurismo, dall’attenzione per la “coppia” giapponese nel mondo contemporaneo al tema della malattia e della morte. Si tratta del progetto più a lungo meditato di Tsukamoto: «Per un lungo periodo di tempo, ogni anno quando arrivava la stagione delle piogge, continuavo a pensare con rammarico, mentre guardavo in tralice una bella ortensia, che neanche questa volta avevo girato A Snake of June. E così sono passati dieci, anzi, forse quindici anni»

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