L’ineluttabile scorrere del tempo di Due donne che ballano

DUE DONNE CHE BALLANO_4-ok-Arianna Scommegna, Maria Paiato-DSC9738-phMarinaAlessi.jpg

Il colore intenso e spesso di due storie che si intrecciano è lì, oltre la finestra che domina sulla destra il proscenio. Un verde costante e invasivo che lega la speranza al presente.

Così apre la scena Due donne che ballano, visione aspra ed amara della solitudine umana narrata dalla sapiente penna catalana di Josep Maria Benet i Jornet. La struttura scenica è un susseguirsi di quadri scanditi da luci e ombre, dove la Paiato e la Scommegna ne tracciano i contorni quasi fossero due figure dell’immaginario espressionista degli anni ’20. Mimica, tonale, forza espressiva si incastrano alla ricchezza testuale di un racconto che coinvolge la totalità degli spettatori.

DUE DONNE CHE BALLANO-2 ok-Maria Paiato, Arianna Scommegna_DSC9760-phMarinaAlessi.jpg

Il taglio scenografico che mostra l’interno di una casa quasi dimenticata dal tempo, dà risalto a quel nido abitativo sulla cui parete di fondo vive un sogno: la collezione intera di “giornaletti” e sulla quale, grava la scelta di due figure che non sono mai in scena: i figli dell’anziana padrona di casa, interpretata magistralmente dalla Paiato.

Due donne che si odiano: una, figlia del tempo, l’altra, della tragedia. Due donne identiche nel tentativo di salvarsi dal quotidiano, di aggrapparsi all’altra per giustificare una vita che altro non è che “merda”.

Scorre il tempo e i tempi scenici. Si inseguono i sogni, irraggiungibili per logica di vita, e le certezze. Nulla sarà se non quel che è, e se il dispiacere di un figlio morto (nota di merito andrebbe data alla capacità vocale della Scommegna nel raccontarlo agli astanti) colpisce come uno schiaffo i presenti, la scelta registica di offrire allo sguardo la Paiato di schiena che, consapevole di dover lasciare la propria casa, decide di buttare giù tutta la propria collezione curata per una vita, riporta negli occhi di chi guarda l’indimenticabile scena dell’orologio di Metropolis di Fritz Lang: il tentativo di salvarsi dal tempo e dalle scelte altrui.

DUE DONNE CHE BALLANO-3 -ok-Arianna Scommegna, Maria Paiato_DSC9581-phMarinaAlessi.jpg

Due donne come due ombre. Figlie dell’ineluttabilità e dell’incapacità di districarsi dalle violenze che le circondano. Due fiumi in piena capaci di fermarsi per osservare quel che attorno a loro scorre, ma inconsapevoli di poter decidere di arrestare il flusso.

Dieci minuti di applausi finali e sorrisi misti a lacrime per una storia che lascia il segno e la voglia di discuterne fuori dal teatro.

(Claudio Miani)

Rispondi