Le brechtiane ninfomanie de L’Impero dei Sensi

L’Impero dei sensi è un film erotico/drammatico del 1976, scritto e diretto da Nagisa Oshima, basato su un celebre episodio di cronaca avvenuto realmente nel Giappone degli anni trenta.

Fu presentato in apertura della Quinzaine des Réalisateurs del 29º Festival di Cannes, con un successo tale da costringere a passare dalle cinque proiezioni previste a dodici.

Tokyo, 1936. Il legame tra la giovane cameriera Abe Sada e Kichi, il proprietario della pensione presso cui presta servizio, è fatto di un amore totalmente dominato dai sensi. La relazione parte dall’attrazione reciproca, si evolve attraverso l’estasi sensuale per precipitare, nel finale, in un baratro erotico. I due amanti vivono alimentando (e alimentandosi di) questo tipo di legame, l’uno in funzione del piacere che può dare all’altro, annullando, con l’ossessivo ripetersi degli amplessi, ogni forma di quotidianità tradizionale e di razionalità. La costante necessità che hanno l’uno dell’altra è tale che non possono impedirsi di copulare nemmeno in presenza di altre persone o all’aperto. Il compulsivo consumarsi del gesto carnale, che diviene sempre più estremo, si conclude con la morte di Kichi, soffocato nell’ultima e mortale trasgressione. Nel finale Abe Sada recide il membro di Kichi – di evidente valore simbolico e affettivo – e se ne appropria, serbandolo con cura nel kimono per tre giorni, fino all’arresto da parte della polizia.

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Nel film la passione devastante che lega la ninfomane Abe Sada e il divertito (almeno all’inizio) Kitzi si risolve in una serie di cerimoniali che si susseguono come brechtiane stazioni lungo la via di un amore doloroso e crudele: gli amanti sono autori, registi, interpreti di un mondo a sé stante, in cui le categorie della vita quotidiana (il matrimonio di lui, ma anche le consuetudini e i limiti delle attività sociali, dal pranzo all’accoppiamento) perdono significato. Nulla esiste più, se non in funzione e in obbedienza alle regole del gioco rappresentat(iv)o, chiuso in un paio di eleganti camere, aperto all’esterno in pochissime occasioni (anche sotto la pioggia gli amanti non smettono di vedersi vivere e di farsi, improvvisando una pantomima). Il teatro (le pareti scorrevoli, chiuse nella prima e nell’ultima inquadratura, il trionfo dei kimono, le parrucche e gli strumenti musicali) si muta in simulazione non-simulata (i tratti hardcore, risolti con una sobrietà consapevolmente al limite del raccapriccio); il destino dell’uomo (e della donna) è segnato da un filo rosso, brillante come una lama nel buio. All’opposto, L’impero della passione immerge con decisione (non senza forzature) trama e personaggi in un mondo esterno insieme complice e ostile, in una Natura mutevole e occultatrice, abitata da cadaveri ciarlieri e taciturne ossessioni. Infrangere l’equilibrio universale conduce alla morte, che, come in ogni melodramma che si rispetti (dalla Norma in giù), riunisce gli opposti e li porta ad ammettere una sotterranea identità. All’abbacinante rigore del film precedente si sostituisce un tocco sensibile, fin troppo compassato, che perde in lucidità quello che guadagna in pathos e in calligrafia; l’elemento fantastico è lontanissimo dalla raggelante perfezione della visione di morte contenuta nel prefinale de L’impero dei sensi.

limperodeisensi.pngLa scelta degli ambienti, che fanno pensare al teatro (o addirittura al Giappone feudale, se non fosse per i treni, le sigarette e i soldati in partenza per la Manciuria), i pochi personaggi, i colori, le musiche, i canti tradizionali, riescono a esaltare l’aspetto drammatico della relazione più che l’aspetto strettamente sensuale. Dal punto di vista figurativo, le scelte della regia danno un carattere marcatamente erotico al film, che in molti hanno definito pornografico. È vero che l’obiettivo della macchina da presa mette a fuoco ogni dettaglio della nudità dei corpi impegnati in rapporti in cui non c’è finzione cinematografica, ma è anche vero che la storia è incentrata sull’enorme potere che i sensi possono esercitare sulla vita di due persone, sino a prenderne il sopravvento. Pur profondamente giapponese, il film è impregnato delle idee del francese Georges Bataille: la passione fisica, il piacere sessuale, il gusto della trasgressione e la morte vi sono indissolubilmente legati.

Il film uscì in Italia nel 1978 mutilato di numerosi metri di pellicola, pari a sedici minuti in meno e con un titolo più ammiccante e, decisamente, poco rispettoso dell’opera in se. Giustizia al film ed al regista vengono dati solo negli anni novanta quando, la versione integrale fu edita in VHS con il più pertinente e rispettoso titolo L’Impero dei sensi.

Più di recente il film è uscito sia in DVD che in Blu Ray Disc ad opera della Terminal Video che propone un DVD con traccia video in 16:9 e traccia audio in Dolby, mentre la versione Blu Ray ripropone la pellicola in alta risoluzione con traccia video a 1080P e traccia audio pienamente in linea con gli standard dei supporti Blu Ray. Purtroppo entrambe le versioni risultano essere del tutto prive di contenuti extra ed inserti speciali che, mai come in questo caso, avrebbero impreziosito l’opera.

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