i 400 colpi, il capolavoro di Truffaut

Primo lungometraggio del regista francese, I 400 colpi è un film di formazione che rispecchia in parte, trasfigurandola e universalizzandola, la materia autobiografica di François Truffaut, la cui infanzia e adolescenza furono non poco turbolente. Fece “il diavolo a quattro” (questo è il significato del titolo, un’espressione gergale) anche lui, come d’altra parte il giovane protagonista, Antoine Doinel (Jean Pierre Léaud).

Il tema del film è la realtà osservata dal punto di vista di un adolescente, Antoine, le cui aspirazioni alla libertà e alla conoscenza non vengono colte dal mondo indifferente degli adulti, persi nel loro egoismo; da qui deriva la solitudine e l’angoscia, il sentirsi rifiutato e il tentativo di un approccio con l’universo della ragione (e del buon senso) e con sue regole, che non capisce e da cui si sente escluso. Il sentirsi costretto e imprigionato (anche letteralmente, nelle scene del riformatorio), è una costante della pellicola, che si riflette anche nella diversa impostazione delle scene in interni, claustrofobiche e statiche, rispetto a quelle in esterni, dove dominano i movimenti di macchina lunghi e dinamici.

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Truffaut segue Antoine, che è costantemente in campo, mostrandone a commento i primi piani (permettendo così l’identificazione da parte del pubblico), lasciando al giovane attore libertà di esprimersi (come ricorda il regista: “Ho lasciato a Jean Pierre piena libertà di rispondere, perché volevo le sue parole, le sue esitazioni, la sua spontaneità totale”). Nel famoso finale, con Antoine in fuga, la corsa del ragazzo viene seguita dalla macchina da presa, con lunghe carrellate, attraverso la campagna, fino all’ultima meta, il mare (che non aveva mai visto e su cui fantasticava): qui capisce che c’è un prezzo per la libertà, forse il primo passo verso un inizio di crescita e consapevolezza. Il suo primo piano sconvolto e attonito è indimenticabile, il regista lascia che siano i suoi occhi a esprimere il disagio e la disperazione. Un finale aperto, quindi. Senza risposte.

400Lo sguardo del regista non scade mai nel patetico e nel pietismo, è antipoetico, memore della lezione di Rossellini (Germania anno zero, Roma citta aperta), Renoir e Vigo ( Zero in condotta), e il tema dell’infanzia a lui caro, tornerà nei film successivi (Il ragazzo selvaggio, 1969 e Gli anni in tasca, 1976). Il personaggio di Antoine Doinel seguirà Truffaut e Léaud in altre quattro pellicole, L’amore a vent’anni (episodio Antoine e Colette, 1962), Baci rubati (1968), Domicile conjugal (1970, L’amore fugge (1979), una saga Doinel, non priva di ironia sottile, sull’educazione sentimentale del protagonista.

Vincitore della Palma d’Oro a Cannes per la miglior regia nel 1959, il film fu dedicato ad André Bazin, fondatore dei Cahiers du Cinema, scomparso appena un anno prima, maestro e mentore del regista, attraverso il quale Truffaut iniziò il mestiere prima di critico e poi di regista. Figura fondamentale a cui il Nostro deve molto. I 400 colpi segnò un esordio memorabile per Truffaut e per la Nouvelle Vague tutta che cominciava allora la propria affermazione in Francia e all’estero.

(Teresa Greco)

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