Socialmente comico o comicamente sociale. Questo è Giobbe Covatta

Giobbe-Covatta.jpgSchietto, sincero, diretto. “Voi siete un giornale telematico, vero? Meno male, così trascrivete e quindi posso anche sbagliare i congiuntivi!” Questo è il Giobbe Covatta che abbiamo intervistato in occasione della prima al Teatro Vittoria dello spettacolo Matti da Slegare, in coppia con Enzo Iacchetti. Proprio dallo spettacolo e dalla collaborazione con Enzo siamo partiti per spaziare a tutto campo.

Giobbe Covatta: Lo spettacolo è un adattamento di una tragedia norvegese Elling & Kjell Bjarne, ma questo immagino che lo sai, sta scritto da tutte le parti… Devo dire che appena me lo hanno sottoposto sono rimasto entusiasta. Io ed Enzo a fare un dramma!… Ma te lo immagini e per di più norvegese! Invece pian piano ne è venuto fuori un copione piacevolissimo e divertentissimo, non solo da guardare ma da interpretare. E’ la storia di due psicopatici che per “buona condotta” si ritrovano a vivere soli in un appartamento. Ognuno con i propri problemi e le proprie virtù. E la storia si sviluppa fino a quando capita qualcosa di inaspettato: la ragazza del piano di sopra si viene a sapere che è incinta. A questo punto per i nostri lo sviluppo è imprevedibile. E la lettura del seguito, tra amore e poesia riserverà molte sorprese. Posso dire solo che genererà una famiglia allargata, molto allargata, dove io ed Enzo ci troveremo a nostro pienissimo agio.

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Claudio Miani: A proposito di Enzo, se dovessi descrivercelo cosa potremmo sapere?

G.C.: Dipende… parto dagli insulti? (ride) No, scherzi a parte, Enzo è un amico. Ci conosciamo da quarant’anni, con lui avevamo già portato in scena Niente progetti per il futuro. Che vuoi che ti dica. Lui è divertente e naturale ed ovviamente è un piacere collaborare con lui. Poi la verità sai qual è? In scena noi stiamo insieme due ore, ma il giorno è fatto di altre 22 ore e quando vai per un anno in tournée, se ti capita di lavorare con un rompipalle le cose sono due: o ammazzi lui o ti ammazzi tu. E noi siamo ancora qui, quindi!!

C.M: Vado indietro di un paio di anni. Nel 2015 hai pubblicato per Mondadori A nessuno piace Caldo, perché il Paese ha la febbre, che poi è divenuto uno spettacolo teatrale Sei gradi, che indicava per l’appunto l’aumento termico del nostro pianeta. Nel tuo futuro ci sarà ancora posto per un teatro o una letteratura sociale e culturale ad ampio raggio?

G.C.: Certamente. Innanzitutto parto con il dire che non ricordo se sia nato prima il libro o lo spettacolo teatrale. Le cose spesso camminano di pari passo. Io ho sempre cercato di fare della comicità una cultura sociale, dove si potesse focalizzare l’attenzione su problematiche riguardanti tutti, non solo noi che ne parlavamo. Ma ogni volta, come è stato appunto nel libro o in Sei gradi, io ho sempre cercato di porre delle problematiche, quello che vorrei adesso riuscire a fare è portare all’attenzione di tutti delle soluzioni. Ovviamente non io in persona, io sono semplicemente un comico. Mi piacerebbe realizzare uno spettacolo o un programma televisivo dove potessero intervenire nomi illustri, scienziati, persone in grado di spiegare come comportarci per salvaguardare questo splendido pianeta che rischiamo troppe volte di distruggere con la nostra negligenza e sete di costruzione.

C.M.: A proposito di questo ultimo argomento, vorrei domandarti qualcosa che esula completamente dal tuo lavoro. Come saprai a Roma si è dato il via libera per la costruzione dello stadio della Roma. Non entro, ovviamente, nel merito politico del discorso, ma vorrei sapere tu come ti poni riguardo l’enorme dibattito di chi giudica il progetto un ottimo mezzo per creare indotti e posti di lavoro e chi lo identifica come una esclusiva speculazione edilizia.

giobbe covatta sei gradi.jpgG.C.: Innanzitutto non mi sento di giudicare la scelta fatta, poiché non ho conoscenza tecnica per poterlo fare e non conosco nello specifico l’area di Tor di Valle. Posso però dare un giudizio più generico. Io vengo dal mondo dell’architettura, quelli sono stati i miei studi, certo al tempo della progettazione del Colosseo!!!, però ancora qualcosa ricordo. Il punto dal quale si partiva non era tanto se fossero troppe le cubature di un progetto o meno, quanto piuttosto il rapporto tra la cementificazione e le aree verdi, quelle naturali, per intenderci: parchi, boschi, giardini. Pensa che in Inghilterra il terreno edificato tra tutto quello edificabile è del circa il 22-23% del totale. In Italia, del 70%. Questo basterebbe a dire che il problema non è se si faccia o meno lo Stadio in questione, quanto se si presta la dovuta attenzione a tutto quello che viene fatto e che spesso ha meno clamore, perché riguarda aree meno trattate o progetti con un minor riscontro sociale. Bisognerebbe fare una legge che tuteli tutto questo, una legge che identifichi la percentuale massima di edificabilità di un paese e a quel punto non ci porremmo più il problema dello Stadio, poiché avremmo già risolto numerosi problemi precedenti. Da anni si sta seguendo ciò che l’America ha insegnato: realizzare costruzioni che durino quindici, venti anni e che poi vengano buttate giù per farne altre, perché reputate obsolete. Questo comportamento genera guadagno, ma distruzione. Si dovrebbe provvedere a riqualificare, a “restaurare” ciò che già abbiamo, allora sì che avremmo un reale guadagno, non solo economico, ma anche sociale e culturale…. Mi sa che sono andato fuori tema, eh?!?… Ma questo non è il mio forte. Meglio a teatro, dammi retta!!!

(Claudio Miani)

 

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