La depressione americana: Furore, di John Steinbeck

furoreSe vi dicono che Furore è un libro sulla Grande Depressione Americana, credeteci, ma non del tutto.  Siamo dopo il tracollo finanziario del ’29, storico giovedì nero. Ci sono il Presidente Roosevelt e la sua politica per risollevare gli USA dal tracollo, il celebre New Deal. E c’è nel vostro libro di storia un minuscolo paragrafo che dice così: “la riduzione della produzione agricola prevista dall’Agricultural Adjustement Act arrestò la caduta dei prezzi, ma causò l’espulsione dalle campagne di vaste masse di contadini senza lavoro”. Ecco, in questo paragrafo da libro di storia, che nemmeno avete evidenziato di giallo tanto è anonimo, germogliano le quasi 500 pagine di Furore.

Se vi dicono che Furore è un libro sull’odissea della famiglia Joad, contadini dell’Oklahoma che si trasferiscono avventurosamente in California, credeteci, ma non del tutto. L’Odissea è quella di centinaia di migliaia di contadini in marcia attraverso il continente americano alla ricerca di una nuova Terra Promessa, con le casette bianche e i frutti che pendono dai rami pronti ad essere colti. L’Odissea è quella dell’Umanità in viaggio, di qualunque fetta di Umanità costretta a migrare per sottrarsi alla miseria ed approdare forse a una miseria maggiore. L’Odissea è quella dei barconi libici che approdano sulle coste di Lampedusa. L’Odissea è quella dei nostri trisnonni che si accalcavano sui parapetti per spiare la statua della Libertà.

In Furore vedo sì il romanzo simbolo della Grande Depressione Americana, ma vedo tanto altro e quel tanto altro è più rilevante dell’effettivo contesto storico di riferimento. Altrimenti non mi spiegherei  perché questo libro possa parlare a me attraverso il tempo, me che la Grande Depressione Americana non ha sfiorato di pezzo, me che nemmeno ho studiato con interesse il libro di storia. E, per smentire Wikipedia, Furore non è neanche “un’opera a sostegno della politica del New Deal di Roosevelt”. Davvero? E dove? È mica nominato Roosevelt in questo libro? E all’Umanità allo sbaraglio, all’Umanità che non ha da mangiare, interessa per caso l’aspetto tecnico del New Deal? E un qualunque americano medio, leggendo questo romanzo, avrebbe forse dovuto sentirsi rincuorato sulle sorti del proprio paese? Decisamente no.

Furore è un romanzo imbevuto di tematiche sociali e, più che sociali, socialiste. Il rapporto ricchezza/povertà, schiavo/padrone, la logica del profitto, le minacce del progresso, le istanze rivoluzionarie, l’arma dello sciopero, l’egoismo e la solidarietà di classe, la presa di consapevolezza dei propri diritti di lavoratore ed essere umano. Sono solo alcune delle tematiche che percorrono l’opera, esplorate con straordinario acume e lucidità, senza risparmiare nulla, senza censura, spietate che siano.

Le due istituzioni capitali del romanzo, intorno alle quali tutto ruota, sono la terra e la famiglia. La terra, un pezzo di terra, un proprio pezzo di terra, è per i Joad quello che la Provvidenza è per i Malavoglia, il collante dell’unità familiare, il centro focale, la chiave di volta. Quando viene a mancare la terra, tutto si sfalda, la famiglia si disperde e la disgregazione del nido è quanto di più atroce possa capitare a chi non ha che quello. Simbolo della famiglia è mamma Joad, pronta a tutto pur di arrestare lo sfaldamento, persino a minacciare figli e marito con tanto di spranga di ferro. Mamma Joad è la madre per eccellenza, la madre come cuore pulsante della famiglia, perché gli uomini la vita la portano “dentro la testa” mentre le donne “noi, la vita ce la portiamo sulle braccia”.

Altro cenno merita la figura di Casy, ex predicatore, l’anti-Dimmesdale, se così possiamo chiamarlo. Casy è uno per cui le nozioni di virtù e di peccato non hanno più senso, perché “esiste solo quello che si fa e che è parte della realtà, e tutto ciò che si può dire con sicurezza è che la gente fa delle cose che sono simpatiche, altre che non sono simpatiche”. Casy è uno che ha smesso di amare Dio per amare esclusivamente il prossimo, perché “mai conosciuto io uno che si chiami Gesù. So un mucchio di storie sulla faccenda, ma amo solo il mio simile”. Casy  è uno che è stato nel deserto, “era andato per cercarvi la sua anima, e aveva scoperto che non aveva un’anima che fosse sua, ma che era solo un pezzo di un’altra anima immensa. E aveva capito che non bisogna andare a vivere nel deserto, perché lì il nostro pezzo di anima non può servire da sola, serve soltanto quando sta con gli altri pezzi dell’anima grande, e cioè quando si vive in mezzo agli uomini”.

Per quanto riguarda i modi della scrittura, posso solo dire che Steinbeck è magistrale, che la sua prosa è splendida, ricca, evocativa (e per capirlo basta leggersi anche solo il primo capitolo). Quando è così, credo che il merito sia da attribuire tanto all’autore quanto al traduttore. Tutto in questo libro è mostrato e solo poco è raccontato, tutto è immagine e solo poco è spiegazione, e il paesaggio si costruisce intorno a voi nei suoni, nei colori, negli odori. I personaggi sono cumuli di gesti e di sguardi. La sofferenza è negli atti, non nella retorica. Se cercate una trama brillante e dei dialoghi forzati e ad effetto, cercate altrove. Questi personaggi parlano come persone e non fanno nulla che una persona non farebbe. Il realismo di questo romanzo è perfetto.

Riporto una scena apparentemente insignificante. La famiglia Joad ha appena cominciato il suo viaggio verso la California. La loro auto allestita a casa mobile si ferma presso una stazione di rifornimento. I componenti della famiglia scendono per sgranchirsi le gambe e scende con loro anche il cane, che hanno portato con sé. Passa un’auto di lusso – un’auto di lusso accanto alla vettura dei Joad, una carretta, un pila di mobili e materassi e miseria – e trancia in due il cane. Ruth e Winfield, i bambini della famiglia, si avvicinano ai resti dell’animale.

“Aveva ancora gli occhi aperti, hai visto?” Winfield sapeva di aver visto una cosa grandiosa: illustrò la scena con abbondanza di gesti. “Visto gli intestini? Schizz…schizzati dappertutto, schizz…” Non poté finire: fece appena in tempo a sporgersi all’infuori e vomitò. Ma si ricompose subito, e cogli occhi ancor lagrimosi e il naso gocciolante cercò di giustificarsi dicendo: “Non è come ammazzare il maiale.”

Ecco, io credo che Furore stia tutto qui, in quei resti di cane abbandonati e in questo bambino che vomita, nel dover soffocare e dissimulare il dolore di lasciare indietro la propria terra, nel dover mostrarsi fiduciosi ad ogni costo, perché si deve pur vivere, si deve pur trovare qualcosa da mangiare, non importa quanti cadaveri lasciamo sul nostro cammino, non importa quante umiliazioni dovremo sopportare. Quei resti di cane non ci riempiranno lo stomaco, quei resti di cane sono solo una zavorra per la nostra coscienza. Dimentichiamoli. Dimentichiamo che siamo esseri umani, perché la miseria non ci consente di esserlo. Siamo animali anche noi, animali come gli altri, e prima di tutto dobbiamo riempirci lo stomaco.

Ecco, Furore è un romanzo che vi fa rimproverare la cena che state consumando, che vi fa venir voglia di imbracciare un fucile, tanto è assurdo e disperato e desolante il tutto, il mondo, il futuro, il sistema.

(Chiara Pagliochini)

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