Il nome della rosa, di J. J. Annaud

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Nel medioevo, in un’abbazia benedettina dell’Italia settentrionale, si sta svolgendo un delicato convegno tra alcuni monaci francescani sostenitori dell’Imperatore e i delegati del Papa, per discutere il problema della suddivisione dei poteri tra papato ed impero. Tra gli invitati c’è anche Guglielmo da Baskerville (un grande Sean Connery), un monaco francescano, inviato dall’Imperatore, che ha dedicato la sua vita allo studio e che ha un passato come membro pentito della Sacra Inquisizione. Durante il convegno, nell’abbazia si compiono strani ed orrendi delitti, in cui pare che la mano del colpevole sia sempre la stessa. Quella di un assassino che si ispira alle sette trombe dell’Apocalisse, per trucidare chiunque venga in contatto con un libro maledetto, conservato gelosamente nella vastissima biblioteca dell’abbazia. Guglielmo da Baskerville, vista la sua rinomata capacità investigativa e il novizio Adso Da Melk (un giovane Christian Slater) sotto richiesta dell’abate, cominciano ad indagare.

Tratto dal famoso best-seller di Umberto Eco, questo film è frutto dell’intraprendenza del produttore Franco Cristaldi, che coglie nel segno facendo dirigere la pellicola, con un notevole budget, ad un vero esperto del settore: il francese Jean-Jacques Annaud (L’orso, Il nemico alle porte). Oltre alla qualità della regia, questo film vanta anche la presenza di ottimi attori. Oltre ai già citati Connery e Slater, troviamo: Frederick Murray Abraham nei panni del sadico inquisitore Bernardo Guy; Fedor Chaliapin jr, il Varelli dell’Inferno di Argento e la sexy Valentina Vargas.

Alcune note negative solo per quanto riguarda la sceneggiatura, scritta da quattro diversi autori: Brach, Birkin, A. Goddard e Franklin, che si incentra più sul giallo che sull’ironico filosofeggiare che è classico del modo di scrivere di Eco. Ma per il resto, cinematograficamente parlando, fanno ottimamente il loro mestiere lo scenografo Dante Ferretti e il fotografo Tonino Delli Colli (il suo lavoro per il film gli valse il David di Donatello).

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Il regista riesce a rendere alla perfezione l’atmosfera cupa e opprimente, pervasa da un alone di mistero che è presente nelle enormi abbazie gotiche del medioevo. Nonostante, anche in questo caso, il film non riesca a superare il romanzo, nulla toglie al fatto che la pellicola trasmetta ugualmente un forte senso di angoscia e inquietudine. Similmente al romanzo essa è caratterizzata da chiari riferimenti critici al mondo religioso del tempo, come ad esempio quelli in cui si evidenzia l’ostinazione della Chiesa a perseguire certi dogmi e convinzioni, a costo di perpetrare inumane torture ai danni di persone innocenti, senza però mirare alla reale soluzione del problema.

Interessante anche come viene affrontato in modo ironico il tema del confronto spirituale tra i frati, francescani e quelli dolciniani: i primi, fautori della pace, gli altri, terribili punitori dei ricchi e dei lussuriosi.Colpisce poi la sottolineatura della dualità dell’intelletto umano, da un lato grandioso nella capacità di creare quantità enormi di libri su i più svariati campi del sapere, dall’altro pazzo nel renderli però inaccessibili al popolo. E’ interessante ricordare che l’investimento del produttore Cristaldi riguardo al progetto filmico de Il Nome della Rosa, inizialmente pareva una mossa rischiosa. Solo un pubblico piuttosto colto avrebbe potuto percepire lo spettacolo e la cultura del progetto, a prescindere dalla lettura o meno del libro. Basti pensare ai dialoghi, veloci e di non facile interpretazione.

nome della rosa3.jpgMa questo lato riesce a passare in secondo piano, in quanto tensione e suspense si impongono grazie al ritmo delle immagini che rende meno ostica la comprensione dell’opera. Da non dimenticare inoltre la reazione degli spettatori, che hanno colto, con la visione del film, l’occasione di partecipare alle polemiche tra cattolici e laici e il dilemma delle istituzioni religiose, che hanno contestato allo stesso Eco il modo di descrivere il mondo religioso del medioevo, e riguardo al film, hanno mosso critiche sul fatto che i processi per eresia e possessione diabolica non fossero di tipo ideologico, ma di tipo garantista.Resta da dire che si parla di un thriller che nasconde in sè una forte vena di satira e parodia, e in cui i personaggi si esaltano dando sfoggio di una cultura di miti ed empirismo, molto distanti dal concetto moderno basato sulle nozioni scientifiche. Assolutamente un film imperdibile.

(Claudio Paone)

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