La claustrofobica metafisica di India Hotel

15-26-febbraio-india-hotelDa molto tempo nelle arti visive come nella narrativa, va di moda costruire trame che si basano sulla dicotomia realtà/apparenza, dicotomia che in tempi di complottismi e messa in discussione della realtà in tutto l’Occidente (l’epocale declino politico-economico-culturale della nostra civiltà fa questo effetto) è diventata quasi oggetto di dibattito quotidiano.  Ma battute a parte, il dubbio che la nostra percezione della realtà non sia la realtà stessa, è stata espressa fin dai tempi antichi, dal velo di Maya della cultura indù al mito della caverna di Platone, dal filosofo irlandese Berkeley con il suo estremismo empirico secondo cui non esistono cose oggettive (cioè  sono solo  il frutto  della percezione dei sensi), alle multiple realtà dello scrittore di fantascienza Philip Dick, letteralmente saccheggiato dal cinema degli ultimi 20 anni.

Lo scrittore e fisico Emilio Santoro ha costruito su questi elementi un romanzo intitolato Gua…. da cui è stato tratto lo spettacolo “India hotel; l’oscura trama della realtà”, in scena al Teatro Agorà a Roma, per la regia di Pino Loreti.

Aristide Falerna è un giornalista che ha avuto un terribile incidente sulla Via dei laghi, è stato in coma, ma è guarito, ma Aristide, causa anche il non ritrovamento della sua macchina e tanti particolari che si sommano con il procedere della trama che incalza come un thriller metafisico, è convinto di non essere realmente sopravvissuto al suo spaventoso incidente e comincia a indagare con la moglie e i suoi  più cari amici su cosa possa essere accaduto veramente il giorno dell’incidente.

In questo spettacolo funzionano certamente le musiche di sottofondo, che contribuiscono a creare un clima claustrofobico e ossessivo che ci introduce nelle trame oscure del testo;  il montaggio, ossia le scene e i dialoghi durano pochi minuti, permettendo allo spettatore di farsi una idea su quello che ha  appena visto e ascoltato; la buona performance degli attori, soprattutto l’attore protagonista, sempre credibile nell’esprimere l’ansia e al tempo stesso il desiderio di andare a fondo.

Ci ha convinto meno la volontà dell’autore di esagerare nel mettere forse troppa carne al fuoco, che rende alla fine lo sviluppo della trama macchinoso e a tratti difficile da seguire anche per uno spettatore concentrato e di buona cultura; il principio di indeterminazione di Heisenberg, il gatto di Schrodinger, buchi spazio-temporali e l’intelligenza artificiale sono certamente argomenti molto affascinanti da essere utilizzati nella fiction (e tante volte la fisica quantistica è stata utilizzata in modo intelligente nella narrativa di fantascienza), ma forse potevano essere amalgamati in modo più naturale nella trama, perché qualche dubbio e un po’ di confusione alla fine rimangono. Di grande impatto emotivo è invece la scena finale.

Siamo convinti che mettere in scena un testo molto difficile in una insolita cornice teatrale sia a prescindere dai punti forti  o deboli un atto di grande coraggio di questi tempi e che un teatro di sperimentazione narrativa va applaudito senza riserve. Consigliamo lo spettacolo a chi ama i thriller fantascientifici (ma con solide basi scientifiche) e i gialli.

India Hotel è in scena al Teatro Agorà dal 15 al 26 febbraio.

(Gianluca Sforza)

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