La terra innamorata di Simone Cristicchi. Incontro con l’artista

simone cristicchi3.jpgAbbiamo avuto il piacere di incontrare Simone Cristicchi al Teatro Vittoria e vi raccontiamo il suo personalissimo modo di intendere il teatro, l’arte, ma soprattutto la Vita, quella con la V maiuscola.

Claudio Miani: Partiamo da questo spettacolo. Dopo Magazzino 18 approdi a David Lazzaretti, uomo di pieno ‘800 sconosciuto ai più, e al tuo Il Secondo Figlio di Dio. Come sei arrivato a questa storia e soprattutto perché?

Simone Cristicchi: Beh, vi sono arrivato perché ho frequentato molto il territorio del Monte Amiata, terra di miniere, di mercurio, di cinabro… Questo vulcano addormentato che rimane tra Siena e Grosseto, ricoperto completamente di Castagneti, e denso di una particolarissima energia, non a caso proprio alle pendici del monte si trova uno dei più importanti centri di buddismo tibetano. Mi sono imbattuto nella storia del Santo David, così ancora lo chiamano da quelle parti, perché circa cinque anni fa ho conosciuto uno studioso che aveva pubblicato dei libri su quest’uomo, ma devo dire che lì per lì non è che mi fosse entrata proprio dentro, poi ho incontrato il regista Manfredi Rutelli, che sul David aveva scritto un testo teatrale, allora mi è partita la voglia di approfondire la storia. Sono salito al Monte Labro, posto incredibile dove il Lazzaretti ha edificato l’eremo, la chiesa, una torre strana che somiglia ad un nuraghe sardo. Ebbene, proprio salendo in cima, ho percepito la grandezza di quest’uomo, che ha lasciato una traccia tangibile del suo intervento. L’intervento di un mistico, di un profeta chiamato il Cristo dell’Amiata, sovversivo, rivoluzionario, eretico, scomunicato dal Vaticano. Andando in profondità ho scoperto una vita affascinante e avventurosa e che si prestava alla perfezione a divenire un racconto teatrale, narrativo, quasi sognante.

C.M.: Proprio al sogno volevo arrivare. In una tua intervista hai detto che i sogni appartengono ai matti, ai poeti ai rivoluzionari. A quale di queste categorie ti senti di appartenere, dando per scontato che ti identifico come un pieno sognatore.

S.C.: Ma io ho sempre subito il fascino dei matti, perché vedono il mondo con un altro sguardo, con altri occhi, con quella capacità di scollegarsi dal reale pur rimanendone attaccati. Ovviamente anche i poeti me li sento dentro, mi basta ripensare ad Alda Merini che ho avuto la fortuna non solo di conoscere, ma di frequentare molto nel suo ultimo periodo di vita, comprendendo quella estenuante ricerca della parola per spiegare il mistero della vita. Forse, per essere un rivoluzionario è ancora presto, almeno se lo intendiamo nella figura canonica dell’eroe. Certo che se, come molti dicono la vera rivoluzione parte dentro se stessi, allora devo dire che la scintilla della rivoluzione mi appartiene, forse direi più una evoluzione che una rivoluzione. Il gusto di andare sempre avanti e lasciarmi guidare da nuove sfide, un po’ come è stato per Il Secondo Figlio di Dio, lo studio su Lazzaretti, perché qui si parla di misticismo, di spiritualità, di ermetismo, di esoterismo, di gnosticismo. Uno studio ramificato che mi ha portato molto lontano e di cui sono assai felice, perché pian piano è diventato un viaggio alla scoperta del mistero che ci circonda e che viviamo ogni giorno, della terra che ci ospita chiedendoci poco o niente in cambio.

simone cristichci.jpgC.M.: Il discorso della terra, è un altro capitolo interessante del tuo modo di fare arte. Già negli spettacoli precedenti, ma in questo in maniera assi più presente, il territorio si fa quasi personaggio della narrazione. Diventa quasi inscindibile il rapporto uomo/terra, quel rapporto con le radici. Ecco, volevo sapere te, che valenza dai al concetto di radice.

S.C.: Io ho delle radici romane che risalgono circa a dieci generazioni fa, ma la verità è che la sensazione che ho è che se da una parte mi tengo strette le mie radici, dall’altra ho sempre manifestato la necessità dell’essere zingaro, di ricercare e scoprire altre radici, soprattutto quelle degli altri, un viaggio alla scoperta dell’identità. Non a caso i miei spettacoli si sono incentrati prima sui manicomi dove l’identità di fatto veniva deturpata dal contesto, poi sono approdato alla seconda guerra mondiale dove mi sono imbattuto con il concetto di amplificazione dell’identità, in guerra si diviene estremamente coraggiosi o estremamente vigliacchi. Poi il Magazzino 18, a Trieste: una infinità di oggetti, posti in un museo di esistenze, con nome e provenienza sopra, quasi a divenire l’oggetto stesso l’identità della persona. Ecco, da quel punto in poi posso dire di aver capito che il mio mestiere andava somigliando sempre più ad un antiquario che scende nelle vecchie cantine alla ricerca di vecchie storie impolverate e decide di volta in volta di restaurale, ma senza portare via difetti e tarli.

C.M.: In una tua recente intervista hai parlato del proto-socialismo del Vangelo delle Origini. Leggendo di ciò di cui parlavi, mi hai riportato alla mente Fabrizio De André con la sua Buona Novella, studiata e strutturata attorno a quei Vangeli Apocrifi, mai riconosciuti dalla Chiesa per evidente scomodità di potere. Qui riprendi il Cristo dell’Amiata, lo trasformi ne Il Secondo Figlio di Dio, come fosse un messia che giunge per raccontarci qualcosa, per raccontarci, come hai sottolineato altre volte, una società più giusta. Secondo te, come si può fare, non tanto a trasformarci in una società più giusta, vista la fortissima matrice utopica, quanto almeno a sistemarci su quel sentiero che ci potrebbe condurre verso una realtà più equa e corretta.

S.C.: Recentemente mi è capitato di ricercare l’etimologia della parola Felicità. La radice, felix, i latini la davano a quelle piante che producevano tanto frutto. Si diceva appunto che gli alberi erano felix, ossia fecondi. Immagina che bello definire la felicità come il dare molti frutti, più frutti possibili. Quindi potremmo dire che per essere davvero felici dovremmo essere fertili, dare molti frutti. Allora è facile capire come sia poco importante che il nostro percorso sia breve o lungo, ma piuttosto diviene centrale sapere che sia fecondo, come se fossimo noi stessi delle piante. Dobbiamo dare frutto, lasciare testimonianza della nostra crescita. Come dice Luigi Verdi, un prete che amo molto (il solo, aggiunge ridendo): “Dipende sempre che tipo di terra torni ad essere: se terra disperata o innamorata”. Ecco, a me piace molto l’idea di arrivare a lasciare semi di amore e consapevolezza, è quello che mi spinge ad essere come sono e a cercare di comunicarlo nei miei lavori.

simone cristicchi2.jpgC.M.: Ultima domanda. Nei tuoi spettacoli, nei tuoi libri, nelle tue canzoni, un ruolo dominante lo hanno sempre avuto i sogni. Lasciando Lazzaretti, il tuo sogno dove andrà?

S.C.: Beh, verso una visione mia personale del Mondo. Parlo sempre di persone, storie di guerra, di manicomio, di esili, di abbandoni. Sembrano quasi racconti cover, una voglia di condivisione, di raccontare vite e sensazioni di altri. Ma la verità è che poi, in fin dei conti, seppure una persona si soffermi a raccontare vicende di altri individui, in realtà qualcosa di suo vi mette sempre all’interno, ma solo qualcosa… potrei dire che il Simone vero non esce mai fuori. Ecco, vorrei andare verso questa direzione: tirare fuori tutto, magari fra venti, trenta, quaranta anni, salire sul palco con i capelloni bianchi e il barbone lungo e dire: beh, io la vedo così! Sarebbe divertente, no?!?

(Claudio Miani)

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