Il Secondo Figlio di Dio, tra Gaber e De Andrè

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Da Arcidosso a Roma, o più precisamente in giro per l’Italia intera, questo è il viaggio che percorre il Cristo dell’Amiata, al secolo David Lazzaretti, attraverso la voce e la ritmica incastonata in una mimica d’alto spessore, di Simone Cristicchi. Un racconto fatto di sguardi e immagini che, seppure con le dovute proporzioni e intenzioni, ricorda Lu Jullare Francesco di Dario Fo, dove i lazzi narrativi e scenici fanno da perfetto contrappunto linguistico alla storia. Qui si aggiunge la musica, il racconto, il sogno.

“Ogni sogno ha una voce precisa e sta dentro ognuno di noi. Solo i matti, i poeti, i rivoluzionari, non smettono mai di sentirla…”

E Cristicchi diviene tutto ciò: matto, poeta, rivoluzionario. Un matto d’altri tempi, giullare dell’anno mille che percorre le sponde del proscenio dialogando liberamente sino a sfiorare le corde dell’anima (almeno di chi, scendendo a compromessi con il presente, sogna al suo fianco), sino a cercare lo sguardo di tutti i presenti per arricchirsi ed arricchire di quell’energia che solamente il teatro vivo, sa regalare.

secondo figlio di dio1.jpgSi veste da poeta e regala immagini, l’utopia di un visionario di fine ottocento che quasi fosse un novello Don Chisciotte, si arma di ideali per cercare di cambiare il mondo. Le parole appena accennate si legano alla musica, spaziano per il teatro e vanno oltre, cercando di raggiungere quegli antri nascosti dove ognuno sotterra le proprie paure e i propri sogni. Terreni mistici di preghiera e di giustizia sociale, dove tutto è più equo e corretto e dove ognuno non si vergogna di essere quel che è.

Poi arriva il Cristicchi rivoluzionario che non si arrende ai personali tentativi di raccontare storie delle quali pochi hanno sentore o memoria. Porta in giro per l’Italia un nuovo capitolo del suo personalissimo modo di fare teatro, di gaberiana radice e faberiana novella. Proprio del compianto Faber sembra di ritrovare traccia nella religiosa anarchia della storia: il Secondo Figlio di Dio tanto ricorda quella giovane Maria data in sposa per lotteria a Giuseppe, dopo che i Sacerdoti le avevano rifiutato alloggio, e Giuseppe, “stanco d’essere stanco, la bambina per mano la tristezza di fianco” pensa “Quei sacerdoti la diedero in sposa a dita troppo secche per chiudersi su una rosa, a un cuore troppo vecchio che ormai si riposa” (L’infanzia di Maria, Fabrizio De Andrè).

Una porta chiusa in faccia, proprio come al Cristo dell’Amiata, cui per impedire di raggiungere assieme ad almeno 4mila persone, i santuari di Arcidosso e Casteldipiano, le forze dell’ordine, su dettatura religiosa, lo uccisero. Cristicchi ce lo ha raccontato e ce lo ha regalato in una serata dove l’immaginaria unione di rumore e silenzio ha generato un la perfettamente accordato.

(Claudio Miani)

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