Cecità, di Josè Saramago

cecità.jpgNel discorso fatto in seguito all’assegnazione del Premio Nobel,  Josè Saramago definì cieca la società contemporanea , dal momento che secondo lui si è perso il collante sociale che portava le persone ad essere solidali e ad aiutarsi reciprocamente.

Nessun romanzo contemporaneo, credo, è più esplicito di Ensayo sobre a Cegueira  (tradotto in italiano con Cecità) nel descrivere l’indifferenza verso il prossimo,  il male per eccellenza dei tempi moderni. Se interpretiamo la letteratura più alta come una fotografia di un’epoca, capace con una metafora di rappresentare lo spirito dei tempi molto più efficacemente di mille interpretazioni sociologiche, Cecità, scritto nel 1995, è senz’altro una delle opere più importanti della letteratura mondiale negli anni che vanno a cavallo tra XX e XXI secolo. Il grande romanziere portoghese ci aveva stupito con la sua versione del realismo magico in Memoriale del Convento, incentrato sulla costruzione del monastero di Mafra, con la creazione di una ricca carrellata di personaggi barocchi e fiabeschi che si dipanano sullo sfondo storico del Portogallo del XVIII secolo; ci aveva accompagnato nelle malinconiche atmosfere del fado portoghese con L’anno della morte di Ricardo Reis, romanzo nel quale rivive uno dei numerosi alter-ego del grande poeta Pessoa nel contesto storico della nascita del salazarismo; ci aveva accecato con la sua furia iconoclasta e anti-religiosa nel discusso e shockante Vangelo secondo Gesù Cristo , a cui seguirà l’altrettanto originale ritratto di Caino nell’omonimo romanzo, opere in cui viene messa alla berlina l’ipocrisia del potere ecclesiastico che si avvale del nome di Dio per commettere ogni genere di nefandezze ai danni degli umili, ben rappresentati dai protagonisti dei due romanzi, vittime di un destino non scelto da loro. Ma è in Cecità che Saramago raggiunge l’universalità del suo messaggio e la profondità del suo pessimismo rivolto non tanto ad una istituzione particolare, quanto al genere umano nel suo complesso, senza attenuanti e con pochissimi barlumi di luce.

Scritto con lo stile proprio dello scrittore, praticamente quasi senza punteggiatura con l’eccezione delle virgole, in questo romanzo il geniale autore portoghese aggiunge la particolarità di non usare nomi propri e di limitare al minimo le indicazioni descrittive sui personaggi, per dare ancora più enfasi al fatto che l’oggetto della narrazione è l’umanità in senso lato e non persone con particolari tratti culturali, razziali o religiosi; i suoi personaggi sono descritti con brevi cenni sufficienti per farli riconoscere al lettore e a distinguerli gli uni dagli altri (ad es. la ragazza cogli occhiali scuri, il primo cieco, la moglie del medico). Il linguaggio di Saramago è coltissimo, forbito, a tratti ironico pur nella vicenda angosciosa, ma il miracolo principale è che riesce a coinvolgere ed appassionare senza risultare noioso o pedante, e soprattutto non scade mai in facili moralismi. I suoi derelitti protagonisti sono pennellati con estremo realismo, il senso di caos e di sporcizia, sia dell’ambiente esteriore che dell’animo umano ricordano le atmosfere dell’Inferno dantesco. Il romanzo è intriso di un pessimismo cosmico che lascia però spazio anche alla speranza e alla solidarietà, mostrate in modo commovente nei momenti più bui della narrazione.

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L’immagine di una società che, perdendo uno dei cinque sensi, forse il più indispensabile, conduce inevitabilmente alla barbarie, alla cancellazione di ogni legge morale, e al ripristino della legge del più forte (anche se parte da premesse diverse non si può non citare William Golding nel Signore delle mosche, nel mare magnum della letteratura millenarista)  non è originale, ma la poesia e la visionarietà di Cecità si manifestano ad ogni pagina, a partire dal suo inizio folgorante,  una giornata qualunque spezzata da un fenomeno  inspiegabile, per continuare con le vicende terribili del manicomio  con il suo carico di barbarie e crudeltà, la pioggia purificatrice, il racconto delle statue misteriosamente bendate nella chiesa (forse le pagine più visionarie e intense del libro), il vagabondaggio in uno scenario post-apocalittico, e infine il ritorno insperato nella casa della moglie del medico (la vera protagonista morale del romanzo), con il piacere rinnovato di piccoli gesti quotidiani e di rapporti umani finalmente autentici,  perché rigenerati dopo l’orrore, che rimandano al pensiero che la vita è comunque un miracolo, elevano questo libro almeno ad un livello superiore rispetto ad altre opere dello stesso tenore.

(Gianluca Sforza)

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