La banda degli onesti

In uno dei tanti popolatissimi alveari di Roma, sta per nascere la più bella “associazione a delinquere” della storia del cinema. Siamo negli anni ’50, in una capitale ancora vergine, dove c’è ancora poco traffico veicolare, la metropolitana svolge un servizio limitato e dove esistono ancora quella cordialità ed educazione, oggi quasi completamente scomparse. Totò, impersona il portiere del palazzo, Antonio Buonocore, di nome e di fatto. Ligio al dovere, alle leggi, onesto, divide l’appartamento spettante con la moglie tedesca (con un tedesco alla porta non passa chicche e sia), l’anziana madre, due figli e un cane. L’arrivo del nuovo amministratore del palazzo, il venale ragioniere Casoria, (Luigi Pavese), sconvolge la quotidianità della famigliola con il rischio di un avvicendamento punitivo sul prezioso posto di lavoro.

Nel frattempo, un vecchio cavaliere, privo di affetti e sul letto di morte, utilizza i pochi rantoli rimastigli confidando al buon Antonio di aver trafugato, nell’ultimo anno di servizio al “Policlinico dello Stato“, un clichè e l’occorrente per stampare biglietti a due piazze da lire diecimila. L’ultima volontà del cavaliere è la distruzione della valigia che contiene il corpus delicti mediante volo da un qualsiasi ponte che sovrasta il Tevere. Il rischio di ritrovarsi in mezzo alla strada, la scadenza incombente di una cambiale e un pò di sana curiosità, fanno cedere anche l’integerrimo Buonocore che decide di dare un’occhiata al famigerato biglietto. C’è però bisogno di qualcuno che possa occuparsi della parte tecnica: un biglietto da diecimilalire non si stampa con la sola compressione della matrice su un foglio di carta filigranata. Casamassima, Altobelli, Lo Turco -Tipografo-, ecco l’uomo che ci vuole! Un tipografo!

Giuseppe Lo Turco, tipografo, (Peppino De Filippo), gestisce un piccolo esercizio con l’ausilio di un figlio un po’ scansafatiche. L’incontro tra i due avverrà in un bar davanti a due caffè, uno necessariamente zuccheratissimo e l’altro amaro, giusto per spiegare la situazione in cui si vive e di quale pasta è fatto il Rag. Casoria (Chi è quello il ra
gioniere Casoria? Nooo, vicino. Vicino Casoria? Frattamaggiore? Caivano? Cardito? Torre Annunziata? Santa Maria Capua Vetere…
). Il colpo si può fare ma sarebbe necessario uno che se ne intende di colori e allora bisogna tirare in ballo “il terzo uomo”.

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Il buon Cardone (Giacomo Furia), decoratore di vetrine, con un intimo di sfratto alle calcagna e una madre a carico, accetta un caffè a carattere illustrativo e dopo aver valutato i rischi, i peccati mortali e l’eventuale incriminazione per un “reato a responsabilità limitata”, di cui ci si potrebbe macchiare, entra a far parte di questa spumeggiante “Banda degli Onesti“. A mio avviso non esistono termini appropriati, se non i soliti superlativi assoluti surriscaldati all’ennesima potenza, per definire le scene della notte in tipografia per la stampa del primo biglietto, la conta davanti al bar per lo spaccio dello stesso e, a ragion veduta, la fabbricazione delle banconote con sogni e progetti annessi (il viaggio a Montecarlo per il casinò, il pellegrinaggio a Gerusalemme e un guardaroba doppio con un cocomeri americano per chiudere in bellezza).

L’arrivo inaspettato del terzo figlio del Buonocore, militare della Guardia di Finanza, sconvolge nuovamente i piani dei tre “falsari”. Per ironia della sorte, il reparto a cui viene affidato è alla ricerca di alcuni spacciatori di biglietti falsi. In men che non si dica nascono degli esilaranti equivoci che porteranno l’improbabile banda, che non avrebbe mai speso una banconota, ad abbandonare l’idea di un possibile futuro migliore pur di rimanere, appunto, onesti (Certo che come banda di falsari siamo proprio una schifezza!) I protagonisti di questo film non hanno bisogno di ulteriori blasoni. Il regista, Camillo Mastrocinque, si conferma nella sua eccellente bravura nel dirigere quelle commedie prive di volgarità (oggi tracimante) che facevano (e fanno) ancora ridere a crepapelle. Un riconoscimento meritatissimo, per la scoppiettante colonna sonora, va al purtroppo vergognosamente dimenticato, Maestro Alessandro Cicognini, direttore dei più bei commenti musicali dell’epoca (veggasi Vittorio De Sica). Monumentale.

(Enzo Barbato)

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