Superstudio, le origini.

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Era il 1966, ad essere veramente precisi il 4 dicembre, la città era Pistoia, la galleria si chiamava Jolly2, la mostra sarebbe durata pochi giorni: il 17 dello stesso mese avrebbe chiuso i battenti. Poche o forse nulle le aspettative per l’esposizione ora ricordata in tutti i libri di storia dell’arte. Superarchitettura, con questo nome Jolly2 presentava il lavoro di due gruppi di architetti fiorentini neolaureati: Archizoom e Superstudio. E poi un manifesto che tentava una spiegazione almeno del nome legato alla mostra: ”La superarchitettura è l’architettura della superproduzione, del superconsumo della superinduzione al superconsumo, del supermarket, del superman e della benzina super”. Erano gli anni Sessanta, il boom economico e tutto, soprattutto la pop art. Quella pop art esplosa come una bomba nel Belpaese per merito, o per colpa, della Biennale di Venezia del 1964. Leo Castelli portava nel cuore dell’arte contemporanea tutto il suo lavoro negli Stati Uniti. Una manciata di ragazzi fiorentini non potevano rimanere impassibili di fronte a quest’universo inedito. E infatti non ci rimasero. E Superarchitettura sta a qui a dimostrarlo.

Quel 4 dicembre da Jolly2, entrando nella galleria, non avreste visto niente di riconducibile all’estetica classica di Superstudio. Cioè, niente fotomontaggi, nessun reticolato a quadretti, nessuna presenza umana semi nuda con sfondo di montagne e paesaggi futuristici. Niente di tutto questo. Niente anzi di così austero. Castelli aveva lasciato un segno. Colori brillanti, acrilici stesi su superfici lucide, un caleidoscopio cromatico da far girare la testa, questo contenevano i muri della galleria. E poi nessun tipo architettura utopica o non, ma solo design. Certo, Jolly2 presentava pezzi che avrebbero fatto la fortuna del gruppo fiorentino, presto prodotti da Poltronova avrebbero cominciato a girare in tutto il mondo. Ma siamo ancora distanti dall’architettura radicale così come poi la definirà Germano Celant. Questo è design, di qualità, ovvio, ma pur sempre design.

Una lampada, Passiflora, e un divano, Sofo, sono i pezzi che fanno arrivare un po’ di notorietà al gruppo, presenti anche da Jolly2 e appunto prodotti da Poltronova. Passiflora, bianca e gialla, è l’effetto di un taglio obliquo su un cilindro ondulato, Sofo invece è il prodotto di una linea ondulata tracciata su un parallelepipedo bicolore. Poliuretano espanso ovviamente, esiste materiale più pop? Un anno dopo la mostra il gruppo si lancia nell’ideazione d’arredamenti per spazi e realizza una stanza che propone una composizione di una serie ben definita di figure tridimensionali raccolte nella tavola sinottica: cubo, arcobaleno, nuvola, ziggurat e onda. Tutto in chiave pop con colori squillanti, la scelta della nuvola del resto di per sé è già significativa. Ma fra le forme c’è anche il cubo e lo ziggurat ben più squadrati e anticipatori di una tendenza geometrica che diventerà poi dominante del gruppo. Ziggurat che non a caso ritroviamo sulla facciata di un progetto di restauro firmato Superstudio per l’Osteria del contadino a Pistoia. Insomma le curve cominciano a indurirsi e lentamente si trasformano in linee, ancora colorate, ma almeno non parliamo più di nuvole.

L’immaginario del gruppo cambia lentamente ma di un corso irreversibile. Ai fumetti e al policromatismo si sostituisce il cinema e del cinema Odissea 2001 nello spazio che proprio nel 1968 entrava nelle sale. Non è difficile rintracciare le ispirazioni fantascientifiche nella produzione ancora di design legate alla nuova serie di lampade Lumi alti. Tubi di neon, fusti di alluminio lucido, tentacoli flessibili che terminano con lampadine, figure longilinee che somigliano tanto a un arredamento di qualche sconosciuto pianeta cosmico quanto a un albero di salice. È nato il design d’evasione: ”Ogni oggetto ha una funzione pratica – scrive Superstudio nel Domus di giugno del 1969 – e una contemplativa: è questa ultima che il design d’evasione cerca di potenziare. Così finiscono imiti ottocenteschi della ragione che spiega tutto e le mille variazioni sul tema della seggiola a quattro zampe, e i profili aerodinamici e le sterilizzazioni dai sogni”.

Il 1968 è anche l’anno di Olook. Un occhio luminoso gigantesco che pende dal soffitto chiuso da due palpebre enormi, un lampadario che come neanche nel Grande fratello sembra spiare la vita domestica nella quale viene installato. Naturale, artificiale e arcadia, tecnologia cominciano ad essere i poli del pendolo Superstudio. Il 1968 è anche l’anno del progetto di laurea di Cristiano Toraldo di Francia fondatore insieme a Adolfo Natalini del gruppo. Attrezzatura balneare alla foce della fiumara di Arbona nel comune di Tropea è il titolo dell’elaborato che porta Superstudio a riflettere sull’idea di involucro. Nel progetto un’enorme costruzione si innesta fra le rocce, sopraelevata dal mare con dei piloni di calcestruzzo si eleva un involucro di lamiera privo di aperture. Uno stabilimento balneare che cerca di arrestare l’erosione della roccia diventando roccia. Dietro, o meglio sotto, la facciata monolitica si nasconde un anima tecnologica ispirata alle coevi sperimentazioni della Nasa.

Packaging diventa la parola d’ordine, ridurre qualsiasi tipo di progetto a packaging, ovvero una copertura anonima che nasconda una tecnologia all’avanguardia. Esemplare in questo senso diventa il progetto di concorso per il padiglione italiano all’esposizione universale di Osaka del 1968. Superstudio elabora un involucro coperto da polite di diorite nera per evocare il prisma di Odissea 2001 nello spazio, una costruzione lucida e impenetrabile che sembra ispirarsi ad antichi monumenti pre colombiani quanto alle piramidi egizie: ”Un muro chiuso e lucido – scrive il gruppo – per dare mille immagini riflesse della confusione circostante e per dare di se steso e di tutti noi un’immagine unica, grande, efficace, chiara, controllabile e misurabile. Un blocco squadrato di pietra poggiato sul terreno è un atto primario, è una testimonianza d’architettura come nodo di relazioni tra tecnologia e sacralità. L’architettura perde i suoi rapporti dimensionali, le sue caratteristiche di spazialità contingente e diventa un atto di riflessione”.

Forme squadrate, elementari si sostituiscono alle precedenti invenzioni pop del gruppo, un’atmosfera fantascientifica prende il posto di una visione del mondo spensierata, progetti come atti di riflessione si impongono alla pratica del design e diventano specchio della nascente arte concettuale. La linea per diventare il gruppo più famoso dell’architettura radicale e utopica è tracciata ma per completare il quadro manca un lavoro che prima di aprire la porta verso l’invenzione più famosa di Superstudio, Il monumento continuo, chiude un periodo.

Siamo nel 1969 e Domus chiede al gruppo una pubblicazione dei loro ultimi progetti. Superstudio consegna alla rivista Viaggio nelle regioni della ragione, invece di presentare i loro ultimi lavori compongono una mappa sul cammino teorico che gli ha portati all’estetica presente passando in rassegna i loro elaborati più famosi. Superstudio, insomma, consegna un viaggio nella loro poetica, le opere perdono consistenza e funzione per diventare costruzioni astratte, una rigenerazione utopica dell’architettura, una necessità di staccarsi dal passato. Nel viaggio tutto comincia con il cubo, la nuvola e lo ziggurat, vengono mostrare le varie possibilità di combinazione delle figure ancora in un’estetica pop. Fra tutte il cubo e lo ziggurat sono scelte come immagini simboliche, arcaiche e isolate si stagliano in una prospettiva strettissima e deserta. Linee parallele che ricordano le performance di Walter De Maria, Mile long drawing, linee che esplicitano il processo di astrazione messo in atto da Superstudio nel presentare i suoi progetti attraverso le idee che nascondevano. Quelle stesse linee che preannunciano il Monumento continuo: ovvero un’infinita traccia senza interruzioni che avvolge il mondo intero.

 

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