L’analisi del doppio: 8 e 1/2 di Federico Fellini

ottoemezzo.jpgCostretto dentro l’abitacolo di una macchina mentre tenta di liberarsi da questa gabbia, Guido Anselmi, regista in crisi, è lo spettacolo muto per gli occhi di un’Italia presente che lo guarda e dalla quale vorrebbe scappare. Così, nel sogno iniziale che apre 8 e mezzo, Guido vola via, come in un miracolo, da questi sguardi che lo assediano e sale, sopra le nuvole, libero ma della libertà, presto portata a terra, di cui godono gli aquiloni. In ogni grande opera il principio contiene la fine e la fine il principio, dove fine e principio è, in questo caso, una riflessione metalinguistica sul significato dell’arte e il ruolo dell’artista – di un’artista – nella società a lui contemporanea.

La terra che tocca Guido, una volta risvegliato dal sogno, è quella di un cinema che è, al tempo stesso, una casa di cura per devianti e un’organizzazione aziendale interessata a produrre. Il regista porta in sacrificio la sua libertà a questa doppia istituzione medico-aziendale e sacrificando la sua libertà finisce con il perdere sé stesso. La sua crisi espressiva è principalmente una perdita d’identità che non riesce ad emergere pienamente, costretta dentro i sensi di colpa di un’educazione cattolica e la censura, speculare e opposta, di un nuovo mondo che ha sostituito gli imperativi ma certo non ne ha fatto a meno.

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L’autorità vecchia e quella passata occupano lo spazio del film quasi per tutta la sua durata, dappertutto non si vedono altro che preti, suore, produttori opportunisti e opportunisti ancora senza produzione. A questa corazzata dell’ordine si oppongono bellezza e memoria che come un affiorare carsico, luminoso quanto rapido, in momenti imprevedibili richiamano a sé lo sguardo del regista e lo liberano dalla costrizione dei chierici e dei togati.

Memoria e bellezza non sono due elementi scissi. La memoria è, per il regista, il mezzo per ricostruire il proprio di senso radicandolo nella propria storia passata ed è essenzialmente memoria di un italiano cresciuto nel conflitto tra pulsione vitalistica e repressione religiosa. Attraverso il ricordo, Guido-Fellini può recuperare il proprio ruolo doppio, di uomo e regista, dove solo in virtù dell’essere il primo può anche essere il secondo. La necessità di ritrovare sé stesso e la propria felicità, risalendo a una fase dell’adolescenza non ancora traumatizzata dal rapporto con il potere, suona, contemporaneamente, come condanna del presente dell’istituzione, sia essa Chiesa, sia essa azienda, sia essa produzione, sia essa critica “canonizzata” delle precedenti tre. L’istituzione ha almeno un tratto comune in tutti e quattro i casi, che è quello della repressione dei corpi. Anche quando la critica diventa istituzione – basti pensare alla figura dell’intellettuale – l’impulso del corpo è svilito, considerato mero infantilismo del regista rispetto al piano “più elevato” dello scontro tra logiche. Le istituzioni sono accomunate dal fatto che esse ragionano in termini di salvezza, non in termini di felicità, così che la risposta del cardinale alla infelicità di Guido – “Ma chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici?” – vale non solo per la Chiesa, ma per tutti coloro i quali hanno perso il contatto tra le parole e la materialità delle cose. In questo scontro tra metafisiche, la memoria è la porta di passaggio per pensare un mondo altro e concreto, non ancora sfigurato dalle idealizzazioni o dagli ideologismi delle autorità. Recuperato questo piano, Guido può finalmente tornare a vedere la bellezza perduta e, di seguito, può riprendere a narrare (in questo senso 8 e mezzo prepara Amarcord così come Amarcord richiama 8 e mezzo).

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La bellezza, che nel film è rappresentata da una splendida Claudia Cardinale, prende il regista e l’uomo per mano, riportando entrambi alla ingenua verità, mai scindibile da quella macchina desiderante che è il corpo, per cui la felicità non è peccato. Lo stesso film, diventato istituzione, non ha più la forza per esprimere questa verità essenziale, così è fuori dal film che sta girando che Guido può ritrovare sé stesso, eliminando la possibilità stessa che la sua produzione si realizzi e irridendone infine gli schemi obbligati.

Guido scappa senza però scappare dal cinema e dall’arte, che, in virtù del loro legame genetico con l’imprevedibilità del bello, non sono segnati, nel destino, dalla sudditanza al falso. La bellezza è promessa di verità e felicità che non pretende di essere esaudita ma, dicendo appunto il vero, non fa altro che ricordare all’uomo come solo liberandosi dalla falsità si possa essere felici. Essa è la vera emancipazione, mai del tutto in atto, che però lascia trasparire la possibilità di un mondo diverso nella fuggevole meraviglia dei suoi occhi e nell’olocausto dei sensi di colpa indotti.

In questo mondo diverso non scompaiono gli uomini, ma solo le maschere, il clown dà il via alla festa, la banda inizia a suonare e insieme ballano preti e amanti, puttane e mogli. E quando il circo spegne le ultime luci, solo un bambino, infine, resta sulla scena, seguito dalla sua ombra, in ricordo di ciò che è stato e di ciò che sarà.

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