Hasta la Victoria siempre, Papa Rossi!!

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Sembra di rivedere Renato Rascel. Per chi come il sottoscritto non ha avuto la fortuna di vedere il comico romano dal vivo, ma solamente di gustarne estratti da stralci televisivi, trovarsi difronte Paolo Rossi è un po’ riappropriarsi di quella Commedia dell’Arte che fa della maschera il personaggio e del personaggio l’attore.

Quelle movenze, quei tempi comici, quel modulare guascone del corpo, dove le dottrine e i dogmi accademici sono banditi per volere d’improvvisazione. Rossi è questo: un aggiornato Rascel che trasforma l’ironia in satira e punge in punta di lingua.

molier-3Abbiamo assistito al Teatro Vittoria alla prima romana di Molière: la recita di Versailles che come racconta lo stesso capocomico: “è un viaggio indietro e avanti nel tempo, una scusa per raccontare quello che ci circonda sfruttando la trasgressione narrativa dello scrittore francese”.

Una teatrale crociata di un novello Brancaleone e dei suoi adepti che riempiono il palco di mimica, di narrazione, di un linguaggio scenico dirompente. Uno spettacolo nello spettacolo, dove Rossi veste i panni di Molière che giunto con la propria banda di giullari alla corte del Re, è invitato a mettere in scena uno spettacolo che possa gratificare il gusto del sovrano. Ma poi improvvisamente torna Rossi, il capocomico che spiega ai suoi come si recita: uno spettacolo nella prova che si rifà spettacolo. Un viaggio senza sosta da standing ovation e che raggiunge il climax all’apertura del secondo atto, quando il gruppo, in abiti clericali, introduce il nuovo ruolo del capobanda: abito bianco da Papa e basco del Che.

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Da quel momento in poi, la satira non ha più freni: dall’enciclica del Che sino all’agente di viaggio che deceduto incontra la Santissima Trinità e domanda, ad ognuno dei tre, dove vogliano andare per un viaggio omaggio: Dio risponde che desidera tornare nel cuore dell’Africa, da dove tutto nasce, Gesù in Palestina, per rivivere l’adolescenza e lo Spirito Santo in Vaticano, perché è un luogo che non ha mai visitato!

Due ore e mezza di comicità pura, di battute, di reading, di canzoni. E  qui arriva il Rossi più intimistico, capace di svestire gli abiti farseschi per indossare quelli tanto cari a Paolo Conte e di regalare immagini emozionanti, quelle scritte dall’amico Gianmaria Testa, scomparso il 30 marzo scorso. Mirabile la Maschera di Arlecchino che chiude il primo atto:

“…E’ la maschera che stringe/e mi toglie anche il respiro/ma non posso più tirarla via dal viso/che i miei occhi, quelli veri/e anche il naso/non li riconosco più./E’ tutta la vita che abito un altro/e da tutta la vita mi chiedo/quell’altro chissà cosa pensa quando pensa di me”.

E chi di noi non si è immaginato, almeno per una volta, cosa possa pensare quella maschera che troppo spesso indossiamo per paura di essere noi stessi.

(Claudio Miani)

 

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