La “Vita liquida” di uno degli ultimi pensatori del ‘900: Zygmunt Bauman

BAUMAN.jpgSi è spento ieri, 9 gennaio, a Leeds, il sociologo Zygmunt Bauman e vogliamo ricordarlo con questa recensione di uno dei suoi saggi di maggior spessore: la Vita Liquida

“«Vita liquida» e «modernità liquida» sono profondamente connesse tra loro. «Liquido» è il tipo di vita che si tende a vivere nella società liquido-moderna. Una società può essere definita «liquido moderna» se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. Il carattere liquido della vita e quello della società si alimentano e si rafforzano a vicenda. La vita liquida, come la società liquido-moderna non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo”. (Introduzione, pag. VII)

Sono queste le parole con cui Zygmunt Bauman, il famoso ed emerito sociologo, inizia l’Introduzione del suo Vita liquida (trad. it. di M. Cupellaro, Laterza 2006), che costituisce il terzo appuntamento con la “liquidità” dopo Modernità liquida e Amore liquido. La mia prima osservazione, cominciando a leggere questo testo, è stata notare la grande capacità dell’autore nel rendere conto della liquidità della vita e della società con un’attività profondamente “solida”, quale è lo scrivere. Scrivere del divenire, dare una forma a ciò che muta continuamente, appare sempre come un’impresa disperata; se Bauman l’ha fatto magistralmente è perché l’etichetta di “sociologo” gli sta stretta: in Vita liquida, filosofia ed economia, antropologia e politica si uniscono in un’interpretazione nuova, lucida e profonda della contemporaneità.

copertina-vita_liquida.jpgIl testo inizia con un analisi dell’individualismo. Esso è costituito da un paradosso (anzi, un’aporia) di fondo: se essere individui significa “essere tutti diversi”, allora ognuno è uguale all’altro. In una società individualista «ciascuno deve essere un individuo: almeno in questo senso, chi fa parte di una simile società è tutto fuorché un individuo diverso agli altri, o addirittura unico» (pag. 4). L’individualità, la ricerca del “vero me stesso”, appare come un obiettivo da svolgere individualmente, «un compito affidato dalla società ai suoi membri» (pag. 7); ma è un obiettivo che, nel momento stesso in cui è dato, è destinato a non essere mai raggiunto.

La società liquido-moderna, però, oltre a fornire un impossibile compito di vita, fornisce le risposte a questa stessa impossibilità: la “migliore” di tali risposte è il consumismo. Il mercato dei consumi, fondato prevalentemente sul conformismo, diventa “il miglior amico dell’individuo”; ne consegue che «Per essere individui, nella società degli individui, bisogna tirar fuori i soldi, un sacco di soldi» (pag. 15).

Come il bisogno d’individualismo, anche la costante richiesta di “sicurezza” (che anche qui in Italia si va pian piano sostituendo ad ormai vecchi termini quali “legalità” o “giustizia”) da parte dei cittadini non verrà mai soddisfatta.

“La sicurezza personale è diventata uno dei principali, forse il principale argomento di vendita in tutti i tipi di strategie di marketing. “Legge e ordine”, sempre più ridotti alla promessa di incolumità personale, sono ormai […] il principale argomento di vendita nei manifesti politici e nelle campagne elettorali. Evidenziare le minacce all’incolumità personale è diventato uno dei principali, forse il principale punto di forza nelle battaglie per gli indici d’ascolto da parte dei mass media”. (pag. 71)

Dato che la società liquido-moderna è la nostra società, è impossibile, leggendo queste parole di Bauman, non pensare a Bin Laden. Non all’uomo, certo, ma al fantoccio che “puntualissimo come la morte” (l’espressione è tratta da un breve articolo on-line di A. G. Biuso) si presenta ogni undici di settembre, alimentando la paura degli statunitensi. Paure e desideri sono ciò di cui si nutre questa società; non importa cosa desiderare o di cosa aver paura, non importa che l’oggetto venga conquistato o che il nemico sia ucciso; bisogni e paure sono liquidati continuamente: ciò che conta è il continuo desiderare, non smettere mai di aver paura. È questo “a far volare l’economia che si rivolge ai consumatori” (pag. 84).

Parte fondamentale, vero motore della società liquido-moderna e consumistica è ciò che viene liquidato, ciò che viene consumato: «l’ industria di smaltimento dei rifiuti assume un ruolo dominante nell’ambito dell’economia della vita liquida» (Introduzione, pag. IX). Dai prodotti alimentari alle vite degli individui, tutto ciò che esiste dev’essere oggetto di consumo, deve avere una data di scadenza, deve poter essere messo da parte o aggiornato. La vita liquida è una corsa frenetica, una vita precaria ed incerta, in cui imparare dalle proprie esperienze è impossibile perché le condizioni entro le quali esse accadono cambiano continuamente.

Il tempo, com’è vissuto nella modernità liquida, consiste nel tempo d’utilizzo consumistico degli oggetti e delle relazioni umane. «L’eternità è ovviamente messa al bando. L’eternità, ma non l’infinito: finché dura, infatti, il presente può essere esteso oltre ogni limite, […] non si sente la mancanza dell’eternità: anzi la sua perdita può persino passare inosservata» (Introduzione, pag. XV). Il tempo si consuma come tutto ciò che sta attorno all’uomo liquido-moderno.
L’ultimo capitolo di Vita liquida è un saggio dedicato alle filosofie di Hanna Arendt e di Theodor W. Adorno, in un continuo confronto con Marx. Riadattare le riflessioni di questi pensatori dell’era “solida” dei produttori alla nostra era “liquida” dei consumatori, vuol dire trasformarle in una “logica della responsabilità planetaria”. Il testo si conclude con una forte istanza: bisogna imporre “all’“agenda dell’emancipazione” una convergenza nuova e senza precedenti tra precetti etici e interesse alla sopravvivenza – la sopravvivenza, comune e condivisa, dell’associazione universale del genere umano”.

Io, invece, vorrei concludere questa breve recensione con un confronto. In un paragrafo di Vita liquida intitolato Il corpo che consuma, Bauman descrive il corpo del consumatore come il centro di ogni preoccupazione, di ogni “sindrome consumistica”: fitness, lotta contro il grasso, anoressia e sessualità sono manifestazioni dell’angoscia profonda dell’uomo contemporaneo. Un’angoscia che, ovviamente, si tramuta in “domanda” nei mercati consumistici e produce un’offerta incredibilmente vasta: «Il corpo del consumatore tende perciò a essere una fonte prolifica e perenne di ansia, aggravata dall’assenza di vie d’uscita ben definite e affidabili, in grado di alleviarla e tanto meno di neutralizzarla o diradarla. […] I mercati dei consumi si alimentano dell’ansia che essi stessi evocano, e fanno il possibile per accrescere, nei consumatori potenziali» (pag. 99). Se si parla di precarietà della vita (della sua forma) e del corpo, è davvero curioso che Bauman abbia accennato alle “vie d’uscita”. Quest’ultima espressione è il titolo di uno dei testi filosofici più importanti degli ultimi anni, si tratta appunto di Vie d’uscita. L’identità umana come programma stazionario metafisico (Il melangolo 2004), di Eugenio Mazzarella (le prossime citazioni sono tratte da quest’ultimo testo).
Se per Bauman il corpo è l’elemento più “consumato” della società dei consumi, per Mazzarella è proprio sul corpo che l’homo sapiens sapiens deve ricostituire la propria identità. La parola “morte” compare raramente tra le pagina di Vita liquida, mentre è al centro di Vie d’uscita: «il corpo e la sua morte restano i più grandi pensatori» (pag. 11). Se il presupposto necessario del consumismo è che qualcosa venga infinitamente consumato, bisogna allora insistere su una verità fin troppo evidente: il consumismo consuma noi stessi. Se l’eternità è giustamente “messa al bando”, anche l’infinito lo è: l’uomo è «temporalità non infinitamente ripercorribile» (pag. 83), è “contingenza avveduta”, cioè un essere finito che si riconosce (o dovrebbe riconoscersi) come tale. L’unica ancora di salvezza temporanea nella società liquido-moderna è la velocità con cui si consuma per non essere a propria volta gettati tra i rifiuti (tra le “vite di scarto”), ma questo è un metodo che non ci trae fuori dal circolo vizioso consumistico, cioè non costituisce una “via d’uscita” alla “vita liquida”: piuttosto, la velocità deve «significare che dobbiamo fare in fretta a pensare magari come e dove fermarci. Forse presso noi stessi, presso la nostra forma di vita» (Mazzarella, “La carne addosso. Annotazioni di antropologia filosofica”, in Il Giornale della Filosofia, gennaio-maggio 2006, pag. 4).

In questo senso, credo che la speranza di Bauman riposta in un’etica planetaria può avere successo solo se individualmente (e quindi, secondo l’aporia, collettivamente) ci assumeremo il compito di «progredire in una forma di vita che resti nella sua autoriconoscibilità per noi» (pag. 20), una forma che muta di continuo ma che divenga né più né meno ciò che si è già.

(Giovanni Polimeni)

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