Ricomincio da tre: analisi tecnica e filmica

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Ci troviamo nell’entroterra napoletano. Gaetano (Massimo Troisi) è un giovane e timido napoletano, appartenente ad una famiglia di stampo troppo tradizionale. Stanco della vita che ha condotto nella città natale, ha deciso di ricominciare da zero, anzi da tre, dal momento che un paio di cose che meritano di essere salvate le ha già fatte ed una sera comunica al suo amico Raffaele (Lello Arena) la sua scelta di trasferirsi a Firenze, presso una zia, in cerca di nuove esperienze.
Sull’autostrada ottiene un passaggio da un automobilista schizofrenico (Michele Mirabella) in preda ad istinti suicidi, che riesce però dopo alcune preoccupazioni ad accompagnare in una casa di cura. Qui conosce Marta (Fiorenza Marcheggiani), un medico emancipato e dai modi sbrigativi, che ritrova poi per caso nel capoluogo toscano e che inizia a frequentare. Alla fine, dopo aver fatto breccia nel cuore di Marta ed aver scoperto una sua relazione con un giovane adolescente, incapace di sopportare la sua gelosia, torna a Napoli. Ma lì, in occasione del matrimonio della sorella, si rende conto che il passato non gli appartiene più e decide di tornare definitivamente da Marta, dalla quale accetterà anche un figlio di cui non è certo di essere il padre.
Analisi filmica
ricomincio-da-tre-2Ricomincio da tre è il film che ha segnato l’esordio di Massimo Troisi come autore, attore e soprattutto come regista cinematografico, e lo consacra ufficialmente attore comico della nuova generazione degli anni ‘80. Ormai abituati da parecchi anni al peggio, rassegnati ai prodotti scadenti, inutili e stupidi che trionfano ai botteghini, l’uscita di un film dignitoso e onesto come Ricomincio da tre ha fatto subito gridare al capolavoro. Il film riscosse subito un enorme successo di pubblico e successivamente anche di critica, sia per la sua scorrevolezza che per la comicità e la simpatia dei personaggi: il segreto del suo successo è stato di lavorare molto su un tipo di comicità delicata e melanconica rispetto alle volgari commediole che imperversavano nel cinema italiano degli anni ‘70.
In Ricomincio da tre non c’è nessuna traccia di oleografia del napoletano tutto famiglia, pizza, mandolini e felicità solare. Troisi opera invece uno smantellamento di questi tratti convenzionali. La Napoli di Troisi è piuttosto un luogo mentale, una città invisibile che negli esterni si traduce in uno scenario oscuro: il film si apre con una scena girata a Villa Vannucchi, una villa settecentesca abbandonata scelta come set introduttivo e in cui alberga ancora puntellato il ricordo del terremoto; un fatiscente scenario che ci fa capire quanto importante sia per Troisi la scelta di luoghi semplici o addirittura scarni e poveri per poter meglio ambientare il suo ‘cosa’, ‘come’ e ‘dove’ dire; probabilmente voleva presentare e rappresentare la decadenza della Napoli post-terremoto anni Ottanta, con edifici ancora in piedi perché sorretti da squallide impalcature e che non si sa se mai saranno rimesse a nuovo, o, più ironicamente, voleva sublimare gli eventi in uno sfondo quasi da cartolina nella scena del matrimonio della sorella, durante il dialogo col parroco esattamente sulla terrazza del ristorante: questa risulta essere l’unica scena del film dove Napoli come panorama appare solo una volta, e sta a denotare in senso lato l’abbraccio d’addio che il nostro protagonista dà alla città che sta lasciando definitivamente, in quanto non si sente più adeguato a quel tipo di realtà. Invece Napoli come interno è tutta presente nel risveglio mattutino della famiglia di Gaetano, riunita a discutere della sua partenza, tutti in tenuta da letto, sorseggiando una tazzina di caffè; è la centralità della famiglia, numerosa, ingombrante, chiacchierona, avvolgente, soffocante.
ricomincio da tre 3.jpgNapoli non è solo una città, ma costituisce anche un corpus di comportamenti non rassicuranti e obsoleti, che ritroviamo ad esempio nel personaggio di Raffaele, l’amico appiccicoso e inopportuno di Gaetano, un napoletano estroverso, tradizionale, (interpretato per l’occasione da Lello Arena), che continua con noncuranza ad adagiarsi in un atteggiamento parassitario e vittimista, incapace di decidere da sé, che preferisce vivere a rimorchio diventando così un peso difficile di cui liberarsi; e anche nel personaggio del padre di Gaetano, con la sua caparbia e ostinata rinuncia ad accettare la mutilazione subita alla mano e la sua solida fede nella Madonna, che nessuna delusione potrà mai far crollare; comportamenti, questi, che materializzeranno i fantasmi che spingeranno il giovane Gaetano-Troisi a fuggire, più per istinto che per rifiuto.
Il rifiuto dei cliché, dei cosiddetti luoghi comuni relativi alla napoletanità, si esprime in maniera implicita anche attraverso l’uso del dialetto, della mimica e della gestualità, che risultano essere gli aspetti primari e assolutamente inscindibili di tutta la recitazione di Troisi. Infatti uno degli aspetti che maggiormente colpì di questo film fu, appunto, l’uso del dialetto: la parlata di Troisi attirava immediatamente l’attenzione in quanto, nel panorama del cinema a diffusione nazionale, gli elementi dialettali venivano proposti con intransigenza ed estremismo. Il dialetto di Troisi-Gaetano è molto colorito e caratteristico per i toni, i modi di dire, la spiccata personalità e l’inconfondibile tremolio della voce: è come ripiegato su se stesso, la sua cifra stilistica non è l’eccesso di volume e l’esagitazione, ma i mezzi toni che attenuano la naturale estroversione propria del dialetto. Il dialetto napoletano, considerato e quasi definito una vera e propria ‘lingua’, caratterizza un’appartenenza storico-geografica fondamentale per la poetica e l’espressività dei suoi film e quindi, utilizzato come materia di espressione, come veicolo a cui non possiamo sottrarci per giungere alla comprensione degli strati più profondi del ritratto di Napoli che ben conosciamo.
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Questo film, più che un racconto lineare, è un condensato di situazioni; non è una storia strutturata nel senso classico, ma un agglomerato di spunti felici di chiara matrice teatrale: gli attori impostano un tipo di recitazione piuttosto teatrale e tra loro spicca, ovviamente, Troisi che, con una grossa mimica gestuale e verbale e con un linguaggio estremamente onomatopeico, si trova, nella prima scena che apre il film, nel cortile della villa, mentre racconta agli amici di come sia difficile ‘andare in guerra mentre si dorme’. Mentre Gaetano è lì che spiega, tutto è incentrato su di lui e sulla sua figura: il quadro è oscurato, squarciato dalla sola luce del suo corpo contrapposto ad una normale campo medio di quando vengono, invece, inquadrati gli altri personaggi.
La recitazione di Troisi dunque risulta essere molto più intensa che sul palcoscenico anche negli energici strattoni che Gaetano dà a Raffaele, le sue mani che gesticolano, prendono i polsi dell’amico, minacciano uno schiaffo, mentre si sfiora la faccia, toccano il giubbotto staccandoselo dal corpo, si appoggiano al braccio del vicino. La gestualità più espressiva, divertente e simpatica la ritroviamo nella scena dello spogliarello di Gaetano, prima che Marta lo raggiunga nel letto, dove lo vediamo annusare l’aria della stanza per assicurarsi che le scarpe appena tolte non lasciassero un ricordo troppo profumato. Alla fine di questa sequenza c’è un sorrisetto di compiacimento di Gaetano-Troisi che ci ricorda molto da vicino l’espressione di Totò: Troisi come attore è, forse, l’unico vero erede di Eduardo De Filippo per certi versi (la gestualità ed il linguaggio) e di Totò per certi altri (la mimica e la comicità).
Analisi Tecnica
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Ricomincio da tre, oltre a segnare una tappa fondamentale nella carriera di Massimo Troisi, è diventato una pietra miliare nella storia della comicità napoletana: la vecchia figura del napoletano erede della commedia dell’arte lascia il posto ad un nuovo comico ironico, tormentato, e vittima della nevrosi tipica della vita cittadina. Troisi, sia come regista che come uomo, era un tipo piuttosto pigro; le critiche più feroci sono sempre state imputate a questa sua debolezza, che lasciava nei suoi film tracce di incompiutezza. Lui rispondeva a queste critiche dicendo di non essere all’altezza di fare il regista, e spesso ripeteva: “… il cinema non è la cosa più importante della mia vita… sono un pigro… di una pigrizia estrema”. Invece, questo senso di non finito, non pieno, era proprio uno dei punti chiave della sua arte. Queste sensazioni si concretizzano in questo film in un’espressione che procede per frammenti, per soprassalti improvvisi, che alterna pieni e vuoti. Nella narrazione del film il personaggio ora è acceso, ora è spento, stanco e depresso.
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La critica, pur apprezzando il contenuto del film e del suo messaggio, ha comunque evidenziato le lacune tecniche di questa pellicola. Certo è che, come dicevamo, l’insufficienza registica, la povertà della messa in scena, ma soprattutto la fissità della macchina da presa sono piuttosto evidenti nell’opera prima di Troisi, nonostante i camuffamenti con la comicità portante del film.
In questo film, più che nei seguenti film, notiamo la sua scarsa padronanza del mezzo cinematografico: la macchina da presa segue i personaggi quasi con casualità e Troisi annaspa in una regia ancora acerba nell’orchestrare le tappe del percorso narrativo. Inoltre, “la stessa natura della comicità dell’attore, basata quasi esclusivamente su meccanismi verbali piuttosto che su gag visive, denuncia un approccio al cinema impressionistico e poco consapevole delle potenzialità espressive del racconto per immagini. La scansione degli avvenimenti, l’organizzazione degli spazi e l’elementarità del montaggio, rimandano in maniera evidente al linguaggio televisivo, mentre il lungo tirocinio teatrale si evidenzia soprattutto nel veicolare il racconto attraverso la parola, in uno spazio scenico circoscritto, facendo addirittura ricorso ad una forma espressiva quantomeno inusuale per il cinema quale il monologo3. (L. Boscaino, Ricomincio da tre, in F. Chiacchieri, D.Salvi, [a cura di], Massimo Troisi: il comico dei sentimenti, Stefano Sorbini Editore, 1996, p. 49).
ricomincio da tre 7.jpgIl film possiede un discreto ritmo narrativo e la storia è un susseguirsi ed evolversi di situazioni; peccato non si possa dire la stessa cosa per i movimenti di macchina che non sono molto frequenti, vista la regia di chiara matrice teatrale, e per la inquadrature, in quanto la macchina da presa mantiene un punto di vista sempre piuttosto fisso. Nella prima scena del film, quando gli attori iniziano ad allontanarsi, nelle inquadrature si passa dal primo piano al piano americano e si arriva alla figura intera; sono loro, infatti, che si allontanano e si spostano all’interno del quadro, la macchina è lì ferma che non accenna minimamente a seguirli. Viceversa la macchina da presa gioca moltissimo sui primi piani di Troisi, si diverte ad indagare i suoi stati d’animo attraverso le sue espressioni, e costituisce un’auto-introspezione, visto che Troisi è il regista di se stesso. L’esempio più emblematico lo abbiamo nelle scene del film, quando Gaetano, dopo aver appreso da Marta la sua breve relazione con un’ altra persona durante la sua assenza da Firenze, essendo a Napoli al matrimonio della sorella, si chiude in bagno ed inizia a colloquiare con se stesso riflesso nello specchio, in un’alternanza di inquadrature in primo piano. Le inquadrature sono fatte quasi sempre in prospetto, ma spesso anche dall’alto, per esempio quando Gaetano dovrebbe andare a fare una gita in pullman in un’abbazia con un gruppo di anziani e con il suo amico Frankie che lo ospiterà nella sua camera. Ci sono in questa parte più centrale del film moltissimi primi piani, parecchi piani americani e diverse figure intere. C’è una carrellata rotatoria fatta molto bene quando i nostri due personaggi si trovano in camera di Frankie: é molto morbida e descrittiva dell’ambiente circostante. Le inquadrature di dettagli in primissimo piano, indispensabili per rafforzare un concetto raccontato, risultano essere numerose: un telefono che squilla, un giradischi che suona, un cartello che dice: ‘centro di igiene mentale’, dove l’ignaro Gaetano conduce lo schizoide automobilista (Michele Mirabella) da cui ha ricevuto un passaggio.
Vorrei spezzare una lancia in favore di Troisi regista: la macchina da presa è davvero sempre ferma, fissa e immobile ma l’inquadratura, altrettanto ferma, è importante non soltanto per quello che si vede nel quadro, ma anche per quello che non si vede, che è off, che è lasciato all’immaginazione; inoltre anche le sequenze che cinematograficamente sembrano essere più deboli vengono risolte sulla spinta della sua verve istrionica, grazie alla quale si finisce col perdonare a Troisi qualche lunghissima inquadratura con la macchina da presa fissa sul personaggio che si esibisce. Malgrado i diversi difetti tecnici del film, Ricomincio da tre rimane un film vincente, soprattutto per quella sua semplicità intrinseca, quell’immediatezza all’approccio cinematografico, quella dirompente carica comica: “ … ciò che rende questo film godibile e intelligente al tempo stesso, non è tanto quel ‘che’ quanto nel ‘come’ del racconto; il quale … trova la propria grazia, … nella felicità dei dialoghi sempre accattivanti, talora graffianti, a tratti irresistibilmente divertenti, e nella vivacità di un’interpretazione che sa passare dall’autoironia alla satira, dalla cupa introversione al distaccato sguardo critico … il film è più un condensato di situazioni che un racconto lineare … E gli stessi dialoghi, più che costituire un ‘testo’ sembrano puntare alla valorizzazione della … battuta4, che non risulta splendida in sé ma è l’interpretazione a vivacizzarla. (L. Micciché, “Ricomincio da tre” di Massimo Troisi, “Cinemasessanta”, n. 139, maggio-giugno, 1981, pp. 61-62).
ricomincio da tre 8.jpgProseguendo l’analisi tecnica del film, passiamo al montaggio. Per Troisi fare il montaggio era una tortura come “… pulire il pesce, cioè una cosa che uno si scoccia di fare”. Così disse, infatti, in un’intervista, lui che amava scherzare. Spesso esagerava nelle dichiarazioni, come in questo caso, perché Troisi, anzi, assisteva e collaborava con i montatori alla moviola in modo molto attento, preciso e meticoloso. In Ricomincio da tre il tipo di montaggio, di inquadrature e di altre tecniche è molto più influenzato dal teatro che non dal cinema, risentendo troppo dei retaggi estetici di Troisi; sembra quasi teatro in trasposizione cinematografica. Sarà, infatti, solo negli ultimissimi film che inizierà a vedersi un cambiamento nell’uso di certe tecniche prettamente cinematografiche. Il montaggio è ben poco articolato, anche se abbastanza lineare. Lo stesso Troisi afferma d’aver dovuto lavorare poco per il montaggio, in quanto il materiale del film era già quasi tutto montato. La fotografia, arte da cui deriva il cinema che è essenzialmente fotografia in movimento, è sempre piuttosto luminosa, conferisce uno stile naturale a questo film, senza dare idea di artificiosità o rarefazione. L’illuminazione di questo film è discreta e rassicurante; rafforzando il lavoro della fotografia, contribuisce alla luminosità del film: crea giochi di luce, situazioni buie o solari che passano da funzioni semplici a creative, virtuosismi tecnici che danno luogo ad un senso, ad un’operazione significativa. Poi Troisi-regista, per questo film, ha scelto con cura il décor, le scene, gli interni, i raccordi, la scelta dei piani, le entrate e le uscite. Le scene degli interni girate con la famiglia sono piuttosto disadorne, cosa che invece non c’è nelle scene girate a casa di Marta, dove i colori del mobilio, l’ambientazione ed i toni dell’intero quadro sono diversi. Gli esterni del film sono in minoranza rispetto agli interni, che sono quasi tutti ambientati in casa di Marta. Anche la musica assume un ruolo predominante, si riconosce subito la chitarra di Pino Daniele che più che suonare sottolinea ed ammicca a quello che Troisi vuole raccontare nel film, enfatizzando gli stati d’animo. Il tutto nasce da una collaborazione dilatata, perché Troisi trova le canzoni e le musiche di Pino Daniele molto integrate con – o almeno vicine a – quel che racconta.
Un’altra caratteristica importante che salta fuori da questo film, come in tutti quelli di Massimo Troisi, è quel senso di ‘familiarità’ che rende la sua opera uno speciale approdo nei momenti di tristezza ed un antidoto contro le delusioni, i sensi di vuoto e la solitudine del quotidiano. Massimo Troisi autore, sceneggiatore e regista ha riversato in questo film un pizzico di introspezione: c’è sicuramente molto di proiettivo di sé e della sua vita in tutto ciò che ha scritto e rappresentato; in questo film egli ha sentito veramente l’esigenza viscerale di raccontare qualcosa di sé e della propria vita, a partire dal personaggio di Raffaele, ispirato alla vera indole dei napoletani (come dice Lello Arena, forse proprio a me) fino a giungere ad un tipo diverso di napoletano che corrispondeva ad un suo bisogno di quel momento.
In conclusione Troisi è un attore ed un regista nuovo, lontano dai vecchi cliché che sanno troppo di pizza, di mandolino, di sole e di cartolina con veduta del Vesuvio. Tutte queste sono cose bellissime,fantastiche senz’altro, ma è ormai giunta l’ora di smetterle di usarle per compiangerci e per cucirci addosso un vestito che sa di stantio. Tutto questo Troisi l’ha ben compreso e l’ha messo in pratica con Ricomincio da tre,in cui ha mutuato la comicità dei grandi del passato, arricchendola di elementi innovativi e di regole più facilmente scomponibili e classificabili nel nostro tempo. Il ricordo di Massimo Troisi attore e regista rimarrà per sempre legato a questo film.
(Salvatore Gervasi)

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