Ritratto di Signora di Henry James

ritratto_signora__libroL’ultimo libro della nostra rubrica la Letteratura delle Donne, per augurarvi un buon Natale e darvi appuntamento subito dopo il 6 gennaio… perché come si dice, l’Epifania, tutte le feste si porta via e noi torneremo con altri indimenticabili libri che hanno segnato la nostra storia.

Isabel Archer, la protagonista di Ritratto di signora di Henry James, diventata molto ricca grazie all’eredità ricevuta dallo zio Touchett, dopo aver rifiutato due ottimi e ricchi pretendenti (l’industriale americano Caspar Goodwood e l’inglese Lord Warburton) finisce per innamorarsi e sposare l’ambiguo Gilbert Osmond andando così incontro a una vita segnata da solitudine ed infelicità.

Come spesso accade nei romanzi di James, mentre ci sono momenti che vengono narrati con minuziosa analiticità, altri vengono invece completamente (e volutamente) taciuti. James non racconta, ad esempio, la scena del fidanzamento con Osmond, che risulterà fatale per Isabel. Per molti lettori rischia di rimanere così non del tutto comprensibile la motivazione profonda che porta una ragazza che respingendo la domanda di matrimonio di Goodwood aveva detto “Amo troppo la mia libertà. Se c’è qualcosa al mondo alla quale io sia attaccata […] è la mia indipendenza personale” a cadere poi tanto ingenuamente nella trappola tesale da Osmond e dalla sua amica madame Merle.

Ho rivisto proprio qualche giorno fa il bel film che dal libro ha tratto Jane Campion, in cui all’eccellente Isabel Archer di Nicole Kidman si affianca il diabolico Gilbert Osmond di John Malkovich. Continuo a pensare che Jane Campion abbia fatto un ottimo lavoro e che sia riuscita a cogliere in pieno l’atmosfera del romanzo di James pur reinterpretandone radicalmente, nel finale, il senso complessivo. Credo però anche che la difficoltà di concentrare nel tempo di un film le circa seicento pagine di analisi psicologica di James l’abbia in qualche modo costretta a semplificare il personaggio di Osmond, presentato forse un po’ troppo superficialmente come “cacciatore di dote”. Osmond è certamente attratto dalla ricchezza di Isabel ma nel romanzo questo elemento — pure molto importante — risulta — anche se può sembrare paradossale — quasi in secondo piano rispetto ad altre caratteristiche che rendono lui personaggio molto più inquietante e mortifero che nel film e la sua relazione con Isabel molto più complessa.

L’Osmond di Campion-Malkovich è, inoltre, così evidentemente malvagio e insopportabile fin dall’inizio che davvero risulta difficile credere come Isabel, per quanto “di poca esperienza” e con “la sua innocenza confidente ad un tempo e dogmatica” ma descritta anche come “molto intelligente” e con “un irresistibile bisogno di stimarsi” se ne possa innamorare. Il fatto è che se da una parte Isabel, come scrive James “nelle situazioni più gravi, quando avrebbe avuto bisogno di usare soltanto della sua ragione, doveva pagare il fio di aver sempre dato via libera alla facoltà di vedere senza giudicare” è altrettanto vero che l’Osmond del romanzo si svela molto più lentamente e soprattutto si comporta sempre, formalmente, in modo assolutamente ineccepibile e corretto.

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Mi sono in un certo modo divertita a tratteggiare un identikit di Gilbert Osmond servendomi di quello che di lui ci svela Henry James.

Osmond fa la sua comparsa a circa un terzo del romanzo. Ha quarantanni, James descrive il suo aspetto fisico con molta precisione. A poco a poco, nel corso della lettura, emergono anche le sue caratteristiche interiori che sono quelle di un uomo che “aveva sempre di mira l’effetto”, che “sotto la maschera di occuparsi solo dei valori interiori […] viveva esclusivamente per il mondo”. “Qualsiasi cosa facesse era posa, posa così sottilmente studiata, che, se uno non fosse stato più in guardia, l’avrebbe senz’altro scambiata per spontaneità”. “La sua ambizione non era di piacere al mondo; ma di piacere a se stesso con l’eccitarne la curiosità, senza soddisfarla. Ingannare così il mondo gli dava sempre un senso di grandezza”.

Osmond non è un sadico, ma Isabel lo percepisce sempre più come un essere mortifero che possiede “la facoltà […] di fare appassire qualsiasi cosa toccasse, di guastar […] qualsiasi cosa guardasse”. “Era come s’egli avesse avuto il malocchio, come se la sua presenza fosse stata un contagio e il suo favore una disgrazia”. Nella lunga notte insonne che Isabel trascorre a riflettere sul marito, pensa  a proposito dei suoi comportamenti  che   “Non si trattava di misfatti, di turpitudine: ella non poteva accusarlo di nulla, o poteva accusarlo di una cosa sola, che non era un delitto. Non poteva dire ch’egli avesse fatto alcun male: non era violento, non era crudele; ella credeva semplicemente che la odiasse.Questo era tutto ciò di cui lo accusava, e ciò che rendeva più disperata la sua causa era il fatto che questo non era un delitto, perchè contro un delitto ella avrebbe potuto trovare soccorso”

Ma perchè Osmond, che all’inizio era stato molto piacevolmente colpito dalla bellezza e dalla intelligenza di Isabel tanto che se ne era effettivamente innamorato, ha finito per odiarla? James ce lo dice attraverso i pensieri della stessa Isabel, che ricorda:

“Egli le aveva detto un giorno che aveva troppe idee e che doveva liberarsene. Le aveva detto questo già prima del loro matrimonio, ma allora ella non ci aveva fatto caso: più tardi soltanto le era tornato in mente […] Questo egli aveva voluto dire: gli sarebbe piaciuto che ella non avesse nulla di suo, tranne la graziosa apparenza. Ella aveva sempre saputo di avere troppe idee: ne aveva anche di più di quel che egli avesse supposto, di più di quel ch’ella gli avesse espresso quando egli le aveva domandato di sposarlo”

Nel romanzo ci sono tre colloqui fondamentali per comprendere Osmond e la sua relazione con Isabel.

Quello tra Isabel e la sua amica, la giornalista Henrietta. Quando questa le chiede: “Che cosa ti fa lui?” Isabel risponde: “Nulla, ma non mi ama”.

Quello tra Osmond e Madame Merle, in cui ad un certo punto lui  si lamenta: “Domandavo assai poco: domandavo soltanto che lei mi volesse bene […] che ella mi adorasse, se vuoi. Oh, si, ne avevo bisogno”

Il terzo, drammatico colloquio si svolge tra Isabel ed Osmond che le dice (e qui le sue parole sono veramente illuminanti: “Io ho un’idea precisa di quel che dovrebbe essere una moglie, di quel che mia moglie dovrebbe o non dovrebbe fare […] tu sorridi in modo molto espressivo quando parlo di “noi”: ma ti assicuro che “noi”, “noi”, signora Osmond, è tutto quel che conosco. Io prendo sul serio il nostro matrimonio, ma sembra che tu abbia trovato il modo di far diversamente […] può essere una vicinanza sgradevole, ma l’hai scelta tu, di tua libera volontà. Non ti piace che te lo rammenti, lo so; ma io te lo voglio rammentare perchè […] perchè penso che dobbiamo accettare le conseguenze delle nostre azioni, poichè quello che io pregio maggiormente nella vita è l’onore”

Ed è questo appello alla responsabilità la vera trappola che distrugge Isabel. La quale infatti, pur avendone la possibilità, si rifiuta di abbandonare Osmond e ad Henrietta che le chiede: “Perchè non lo lasci?” risponde appunto “Dobbiamo accettare le conseguenze dei nostri atti. L’ho sposato davanti a tutto il mondo: ero perfettamente libera, non avrei potuto fare qualcosa più di proposito. Non si può cambiare in questo modo”.

E così la volontà di controllo totale di Osmond si salda con il senso di responsabilità di Isabel, che si sente “colta in una rete di fila sottilissime” e  sa “di aver buttata via la sua vita”.

ritratto-di-signora-teatroThe portrait of a lady è dunque un romanzo di formazione che descrive minuziosamente la manipolazione umana ed una acuta analisi di quale orrenda trappola possa diventare il conformismo: agito e adorato da Osmond, accettato e subito da Isabel Archer. Lo stesso James affermò in seguito che “L’idea di fondo è che la poverina, la quale, coi suoi sogni di libertà e di nobiltà, crede di aver compiuto un gesto generoso, spontaneo ed avveduto, si ritrova in realtà schiacciata dagli ingranaggi del convenzionale” ed in un passaggio del romanzo avverte il lettore, difendendo la sua Isabel: “vi prego di non sorridere di questa giovane donna […] era una creatura piena di buona fede e se c’era qualche follia nella sua saggezza, quelli che volessero giudicarla severamente potranno aver la soddisfazione di constatare che più tardi ella rinsavirà, ma solo a prezzo dell’accumularsi di altre follie che quasi reclameranno di venir compatite”.

Jane Campion termina il film alla penultima pagina del romanzo di James, cambiando  così completamente il senso della storia. Si tratta di una modifica apparentemente leggera ma che invece pesa profondamente su tutto il film. Nell’ultima pagina del testo di James, infatti, Isabel, rientrata in Inghilterra per vegliare il cugino Ralph gravemente malato, assisterà alla sua morte e, consapevole di averlo sempre amato, tornerà alla sua prigione romana, sapendo di avere sbagliato tutto. James non spiega perchè Isabel firmi così la sua condanna, e conclude il racconto con un sacrificio borghese. Nel film invece la Campion taglia il suo ritorno dal marito lasciandoci intravedere la possibilità che lo abbandoni definitivamente ed offrendole in questo modo  un’opportunità di riscatto.

(NonsoloProust)

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