Hotel Du Lac – il malinconico ottimismo della Brookner

hoteldulacHotel du Lac è un romanzo piacevole e intrigante, mantenuto a un livello alto e raffinato di scrittura seppure dentro l’aura della commedia, fra umorismo e malinconia. Volutamente. Protagonista del libro è infatti Edith Hope, autrice di romanzi rosa in piacente, cauto avvicinamento alla mezza età. Per poter riprendere a scrivere con tranquillità e soprattutto per tirare le somme della propria vita sentimentale a dir poco confusa e anche per lenire le ferite di un cuore se non infranto almeno ammaccato, Edith Hope si rifugia su un pezzetto quieto della riva svizzera del lago Lemano, ospite di un albergo di “charme”, l’hotel “du LAC”, appunto, tenuto dalla inappuntabile famiglia Huber.

Quell’albergo diventa, scrutato dagli occhi attenti di Edith, una scena teatrale abitata da ospiti ricchi o medio-borghesi, ambiziosi, o stanchi, pettegoli o disillusi, pressoché tutti inglesi. Negli intrecci godibili di quella trama in un interno alberghiero svizzero si mescolano i ricordi recenti e lontani del passato sentimentale lasciato da Edith in patria (eh, sì, c’è anche il solito, affascinante uomo sposato, tanto caro ma anche tanto egoista…). Edith Hope, nel suo distacco rigeneratore (o almeno lei spera che sia così) si ritiene saggia: “Sono una donna seria, che dovrebbe avere esperienza, e i miei amici mi considerano oltre l’età delle sconsideratezze; parecchi hanno rilevato la mia somiglianza con Virginia Woolf; sono una donna di casa, pago le tasse, sono una buona cuoca e consegno i miei dattiloscritti molto tempo prima della scadenza, firmo tutto quello che mi viene sottoposto, non telefono mai al mio editore, e non mi vanto affatto per il mio particolare modo di scrivere, anche se mi rendo conto benissimo che vende piuttosto bene”.

Senonché tutto questo non basta: non basta né a farle dimenticare del tutto i sussulti colpevoli ma piacevoli della sua “liason” in patria, né a renderla paga della riduzione, in vacanza lunga, a quieta signorina desiderosa solo dell’ora del tè nella quiete dell’albergo svizzero. Fra gli ospiti dell’hotel un certo signor Neville riesce a snidare l’inquietudine sommersa di Edith, al punto di dirle: “Se la sua capacità di comportarsi male fosse utilizzata a dovere, non andrebbe in giro con quel cardigan deprimente. Chiunque sia stato a dirle che lei assomiglia a Virginia Woolf, le ha reso un pessimo servizio”. Capito il genere gustoso?

(circolodeilibri.ch)

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