Bukowski e gli scritti, parola di Alessandro Haber

haber-2Il 29 novembre al Teatro Vascello di Roma, andrà in scena Alessandro Haber con il proprio personalissimo Haberowski, recital di poesie di Charles Bukowski. noi dell’Out Out Magazine cogliamo l’occasione per offrirvi una panoramica sull’irriverente scrittore americano.

L’alcool, le donne, le scommesse sulle corse dei cavalli, la letteratura (le poesie e i racconti, soprattutto, molto spesso, questi ultimi, brevi ed essenziali nonché ottimale modalità espressiva nel complesso della comunicazione bukowskiana) sono costanti ineliminabili dell’esistenza di Charles Bukowski, elementi che tratteggiano la particolare weltanshauung dell’autore americano.

Senza di esse, certamente, lo scrittore di origini tedesche (era nato ad Andernach, in Germania, nel 1920) non avrebbe potuto scrivere capolavori assoluti della letteratura americana novecentesca come molte delle sue raccolte poetiche oppure i racconti delle Storie di ordinaria follia, del Taccuino di un vecchio porco e ancora libri che nel nostro Paese sono stati pubblicati anch’essi con titoli che rispecchiano pienamente lo stile di vita del loro autore: Compagno di sbronze o Musica per organi caldi.

charlesbukowskiDalle opere di Bukowski affiora costantemente un intento distruttivo: quello nutrito dall’autore nei confronti del sogno e dell’establishment americani. La nichilistica veemenza della prosa e della poesia di Bukowski è tale che difficilmente può essere riscontrata in altri autori della sua o di altre generazioni. Ben più che nelle opere di Burroughs, Carver, Kerouac, Ginsberg, Miller e Wallace, tanto per citarne alcuni, negli scritti di Bukowski la scrittura è aspra e diretta mentre i concetti e le situazioni (attinte il più delle volte, queste ultime, dalle reali esperienze di vita dell’autore) vengono presentati non solo assai crudamente ma addirittura ai limiti di una sgradevolezza che al lettore può apparire avvertibile anche sul piano fisico. Già questi pochi elementi valgono a certificare l’estrema originalità dell’opera di Bukowski.

Sotto questo profilo lo scrittore americano può essere considerato un caposcuola: anche per questo, nonostante possa essere riscontrata una molteplicità di punti di contatto, sul piano delle tematiche coinvolte, tra l’opera di Bukowski e gli scritti di autori come Corso, Ferlinghetti, Ginsberg e Kerouac, i suoi libri non possono essere considerati espressione della corrente letteraria della beat generation.

Illuminante, a questo proposito, il punto di vista espresso dallo stesso Bukowski: “Nei confronti della letteratura, quella con la elle maiuscola, Bukowski ostenta il più sovrano disprezzo. Dice che gli scrittori non lo interessano, che la letteratura moderna lo fa dormire. Tra i grandi del nostro tempo pochi si salvano, secondo lui: Celine, Dostoevskij, Nietzche. ‘Ormai non leggo altro’ confessa ‘che i risultati delle corse e la cronaca nera’” [Vincenzo Mantovani, nell’introduzione a Charles Bukowski, Poesie (1955-1973), Milano 2010, p. XII].

downloadIn un’opera che a diciassette anni dalla sua scomparsa continua a rimbalzare beffardamente attraverso il tempo fino ai nostri giorni, a presentarsi come una fedele e apocalittica descrizione dell’ambiente sociale e culturale in cui il suo autore si muove, Charles Bukowski paragona la poesia a una città. [Ho tratto il testo in italiano di questa poesia (intitolata Una poesia è una città) dal volume curato da Vincenzo Mantovani: Charles Bukowski, Poesie, cit., p.57]:

“…una poesia è una città piena di case e tombini/piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi,/piena di banalità e di roba da bere,/piena di pioggia e di tuono e di periodi/di siccità, una poesia è una città in guerra,/una poesia è una città che chiede a una pendola perché,/una poesia è una città che brucia/ una poesia è una città sotto le cannonate/le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi,/una poesia è una città dove Dio cavalca nudo/per le strade come Lady Godiva/[…]”.

La scrittura di Bukowski, si diceva, non solo quella dei romanzi e dei numerosi racconti, appare fluida e priva di qualsiasi trattamento edulcorativo. Tuttavia (è, questo, anche il caso della produzione poetica dell’autore americano), allo stesso tempo, essa si presenta al lettore non come dotata di una struttura casuale ma al contrario estremamente accurata nella scelta del lessico utilizzato e sul piano della presenza di tutti quegli elementi formali e di contenuto che concorrono alla definizione di uno stile poetico eccellente. Un esempio di quanto si asserisce viene fornito dalla poesia La casa [Contenuta anch’essa in: (a cura di) Vincenzo Mantovani, Charles Bukowski, Poesie, cit., pp. 8-10]:

“…costruiscono una casa/ a mezzo isolato di distanza/ e io sto qui seduto/ con le tende abbassate/ a sentire i rumori,/ i martelli che piantano i chiodi,/ toc toc toc toc,/ e il canto degli uccelli, e/ toc toc toc/ e vado a letto,/ mi tiro le coperte fino al mento […] e mi sembra che la gente non dovrebbe più costruire/ case,/ mi sembra che la gente dovrebbe smettere di lavorare/ e sedere in stanzette/ al primo piano/ sotto luci elettriche senza riparo;/ mi sembra che ci siano molte cose da dimenticare/ e molte da non fare/ e nei drugstore, nei market, nei bar/ la gente è stanca, non ha voglia/ di muoversi, e la sera io sto là in piedi/ e guardo attraverso questa casa e la casa/ non ha voglia di essere costruita; tra i suoi fianchi vedo i colli purpurei/ e le prime luci della sera,/ e fa freddo/ e mi abbottono la giacca/ e sto a guardare attraverso la casa/ e i gatti si voltano a guardarmi/ finchè non mi sento in imbarazzo/ e riprendo il marciapiede verso il Nord/ dove comprerò/ sigarette e birra/ e ritornerò nella mia stanza”

Questi versi fanno parte di una raccolta pubblicata negli Stati Uniti nei primi anni Sessanta. Essi costituiscono testimonianza eloquente di una esistenza condotta in modo ribelle e disordinato, fuori dagli schemi comunemente accettati, ai margini di una società che non si cura dell’individuo, che fagocita coloro che non si arrendono e chiunque non si adegui alle necessità della finanza e della produzione sfrenata che alimenta in modo abnorme l’accumulo di ricchezza e consumi che finiscono per diventare vani e fini a se stessi.

Bukowski ha lasciato apparentemente indomito il mondo in cui ha vissuto per settantaquattro anni. Tuttavia, al di là di ciò che potrebbe sembrare, le sue opere continuano a rappresentare testimonianza dell’estrema vulnerabilità e della profondissima umanità del loro autore.

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