L’inferno chimico e la generazione di Trainspotting

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“Lercio, provocatorio, turpiloquioso, cinico, irriverente ritratto un’umanità allo sbaraglio”. Così è stato definito dalla critica l’ormai celebre romanzo di Welsh “Trainspotting”.

Un gruppo di ragazzi scozzesi si aggirano nella periferia di Edimburgo. Sono accomunati dalla disperata ricerca di un riscatto, di un senso da dare alla propria esistenza che non sia il classico “cul de sac” (dal francese, “vicolo cieco”) costituito da casa, famiglia, impiego ordinario e una buona salute. Renton, Spud, Sick-Boy, Begbie e compagni trovano nella droga e nella violenza l’unica risposta possibile, l’unica via di liberazione. È proprio per questo che il rifiuto della realtà, dell’alienazione, il concedersi ai paradisi artificiali (cfr. Baudelaire, Les fleurs du Mal) rappresentano la reazione ribelle nei confronti di una società caratterizzata da un falso perbenismo di facciata, una società che viveva i postumi dell’ “era Thatcher” e delle sue dottrine neoliberiste. Non è un caso che proprio sotto il governo di M. Thatcher si sia diffuso il concetto di heritage, cioè quella volontà di conservare il patrimonio inglese, di preservare l’identità nazionale rispetto a contaminazioni esterne. Ciò servì senza dubbio da collante sociale data la precaria situazione del paese, lacerato da un’economia in crisi, da continue proteste e rivolte.

trainspotting2L’operazione di Welsh consiste proprio nel rappresentare la rivolta, il rifiuto nei confronti del sistema, e nell’immergere il lettore in quell’ambiente, in quel particolare stile di vita volutamente degradato. Il talento e, perché no, il coraggio di Welsh sta nella lucidità e oggettività con cui affronta certi temi che nella società attuale spesso vengono repressi e nascosti da una coltre di ipocrisia perché la verità è aspra, dura, fa male e fa paura. È chiaro, dunque, che l’obbiettivo di Trainspotting, pubblicato nel 1993, è la denuncia. Denuncia verso un mondo perbenista e ipocrita che tenta di nascondere le piaghe vergognose di certe realtà degradate e a tratti spaventose.

Nella sua opera Welsh sembra operare un vero copia-incolla della vita normale, badando bene a non tralasciare nulla. Riesce, infatti, a descrivere in maniera efficace le situazioni e i luoghi che evidentemente egli conosce bene. Il romanzo sembra aver chiaro, dunque, il proprio campo d’azione: la periferia urbana. Questo a convalidare la teoria secondo cui il vero campo d’azione del romanzo del Novecento  sia la metropoli, o comunque “quello spazio materiale e simbolico che possa funzionare sia come contesto spaziale, sia come grande categoria concettuale che attraversa buona parte della narrativa degli ultimi due secoli”.

Trainspotting  è crudo, duro, a tratti pesante, irruento, ricco di volgarità apparentemente gratuite, sboccato, beffardo, ma tuttavia fa riflettere, dà voce a una nuova generazione, rappresenta la discesa nel modernissimo inferno chimico da cui non si scorge alcuna via di fuga.

La bravura di Welsh sta in primo luogo nell’aver tratteggiato i personaggi in modo magistrale, mostrandone le debolezze, le bassezze, ma contemporaneamente conferendo loro umanità, rendendoli reali. Un critico a tal proposito ha scritto: “Rents, Sick-Boy, Spud e Begbie sono così reali che a momenti mi è venuto da pensare che se tornassi in Scozia li troverei a bere in qualche pub…”. Infatti per quanto vengano descritti come poveri diavoli pieni di problemi, Welsh riesce ad estrapolare anche una buona azione, un qualcosa che li salva da quella visione totalmente negativa agli occhi del lettore.

È il caso di Mark Renton, il protagonista, e del suo fedele amico Spud travagliati dai problemi in campo sentimentale-sessuale e ossessionati da presunte figure di playboy come Sick-Boy che, in realtà, alla fine si rivela un debole e finisce per essere a capo di un mercato sommerso di ragazzine minorenni senza alcuno scrupolo, oppure come Franco Begbie, tipico psicopatico attaccabrighe che non ha veri amici, ma solo conoscenti che lo frequentano per paura di ritorsioni. Anche Begbie è fondamentalmente un debole, capace di essere aggressivo solo con un coltello in mano o qualsiasi oggetto contundente, ma infine incapace di battersi a mani nude. Perfido, pazzo e vigliacco al punto di picchiare e abbandonare la donna da cui aspetta un bambino. Seguono altri personaggi  più o meno secondari  come gli spacciatori Swanney e Forrester, vile ma aggressivo solo di fronte a una crisi di astinenza di Rents, o Alison che lascia morire la propria bimba neonata avuta da Sick-Boy nella foga di “bucarsi”.

trainspotting3Nel romanzo non si scorge alcuna forma di moralismo o proposta politica; è pura rappresentazione di un mondo reale. Tuttavia nella parte conclusiva Welsh abbatte il luogo comune che tra tossici (o “heroin users”) non esiste amicizia, non può esserci altruismo: Renton, infatti, ruba ai suoi amici, ma non dimentica l’unico a cui ha voluto realmente bene, Spud. Infatti, gli lascia la sua parte di soldi ricavati da una vendita di eroina in una banca prima di partire per Amsterdam:

 

L’unica persona che lo faceva davvero sentire in colpa era Spud. Renton gli

voleva bene veramente a Spud. Spud non aveva mai fatto male a nessuno, a parte

magari l’ansietà che poteva provocare con la sua tendenza a svuotare le tasche

della gente . Però la gente era troppo attaccata alle cose. Non era mica colpa di

Spud  se vivevano in una società materialista col mito dei beni di consumo. Non gli

era mai andato bene niente a Spud. I l mondo gli aveva sempre cagato addosso e

ora ci si metteva anche il suo amico. Se c’era una persona che Renton avrebbe…

di? ricompensare era proprio Spud.

 

trainspotting-4Il romanzo è interamente pervaso da un senso di delusione, disperazione, desiderio di vendetta da parte dei protagonisti, consapevoli di essere immersi nell’inferno chimico privo di valori materiali, pieno di disvalori, risultato di una società ipocrita attaccata al puro materialismo e non ai sentimenti. Ne è esempio Tommy che, lasciato dalla sua ragazza Lizzy, rivela uno smodato attaccamento alle droghe pesanti e che poco tempo dopo muore di AIDS, rinfacciando a Rents che la vita è ingiusta se lo fa morire anziché far ammalare quelli che da anni si scambiano le siringhe.

Emblema della vendetta è la figura secondaria di Davie Mitchell che architetta una sottile vendetta nei confronti di Alan Venters per colpa del quale la sua attuale ragazza gli ha trasmesso il virus dopo che Venters l’aveva violentata, pur sapendo di essere sieropositivo. Davie non lo attacca direttamente, diventa prima suo amico e in fase terminale, prima di soffocarlo con un cuscino, gli rivela di avergli portato via la fidanzata e gli fa credere di aver violentato e ucciso l’adorato figlioletto Kevin. Ma naturalmente niente di tutto ciò è vero, ma è sufficiente a distruggere Venters.

Alla fine, comunque, in questo inferno chimico sembra emergere una componente di bontà e un lacerante senso di colpa. Ciò è visibile nella figura di Mark Renton: senso di colpa verso Tommy che era stato “iniziato” all’eroina proprio da lui (nel film questo passaggio è ben visibile), senso di colpa verso Matty, morto per aver contratto la toxoplasmosi da un gattino destinato alla figlia Lisa, rimorso nei confronti di Spud, rimorso per aver tradito la fiducia dei suoi amici…

 

Fregare i soldi a Begbie non era una delitto, ma un opera di bene.

Fregare gli amici era l’offesa peggiore nel suo codice, punibile con

il massimo della pena. Renton si era servito di Begbie , lo aveva usato

per tagliare definitivamente i ponti con tutto il resto. E Begbie era la

sua garanzia di non poter mai più tornare indietro.

Pochi anni più tardi la sua pubblicazione, dal romanzo è stato tratto un film diretto dal regista Danny Boyle e interpretato da Ewan McGregor e da Robert Carlyle. Nonostante complessivamente si parli di una buona produzione, il film non rende pienamente giustizia all’originale: troppi personaggi e troppe situazioni omessi (ad esempio, Secondo Premio nel film non è neanche nominato; è totalmente assente il trucco ideato da Swanney per racimolare soldi; la relazione fra Diane e Renton  viene poco approfondita e ridotta semplicemente all’incontro di una notte: verrà poi ripresa tramite una vaga comunicazione epistolare.)

Dal punto di vista lessicale il romanzo risulta forte, crudo, spesso presenta una volgarità quasi esasperata e a tratti “pesante”. Tuttavia  l’utilizzo di un linguaggio licenzioso, l’uso di slang di periferia, la morfosintassi semplificata, la presenza di svariate ripetizioni non costituiscono  un elemento casuale. Welsh opera una scelta: Trainspotting  è di ambientazione popolare e, dunque, deve “essere duro, efficace come vita vissuta sulle strade”, deve mirare allo smascheramento della verità che molto spesso è impietosa seppur autentica, è diretta e nuoce come un pugno nello stomaco. Molti critici hanno affermato che la traduzione non rende al meglio il vero significato dell’opera. Occorrerebbe un’attenta analisi del testo in lingua madre perché spesso nel lavoro di traduzione risulta difficile, a volte quasi impossibile, riportare uno slang o un motivo idiomatico nel suo significato autentico.

Le difficoltà di traduzione sono riscontrabili a partire dal titolo: “Trainspotting” significa letteralmente “identificare i treni” e nella lingua parlata il trainspotter è colui che si dedica a tale hobby perché non sa cosa fare del proprio tempo. In Gran Bretagna, infatti,è possibile trovare questi individui nei pressi delle stazioni o lungo i binari con un blocchetto e una penna in mano con cui al passare di ogni treno ne annotano il tipo di locomotiva, il numero  e il nome. Bizzarro, direbbero alcuni! Eppure è possibile individuare un’ulteriore interpretazione del termine: identificare il treno che possa condurre lontano da un’esistenza patetica. E c’è chi ci riesce. Solo Renton, infatti, alla fine riesce a staccarsi dall’inferno e a volare verso una nuova vita, non senza, però, pagare il prezzo dell’ineluttabile senso di colpa: la consapevolezza di aver tradito i suoi amici.  Capisce che l’eroina  è solamente una soluzione temporanea, un “treno” che alla fine si avvolge su sé stesso, soffocandoci in circoli sempre più stretti; decide allora di bruciare ogni ponte con il passato, con il suo paese terribilmente provinciale e soprattutto con un surrogato familiare a cui in fondo sente di non appartenere:

 

Aveva fatto quello che voleva. Adesso non poteva più tornare a Leith,

a Edimburgo, nemmeno in Scozia, mai più. Se fosse rimasto lì non avrebbe

mai potuto essere diverso da come era sempre stato. Adesso che si era

liberato di tutti, per sempre, poteva essere quello che voleva. E questo pensiero

lo terrorizzò e eccitò allo stesso tempo, mentre pensava alla sua vita ad Amsterdam.

 

Cambiare. Cambiare. Cambiare.

(Federica Gasparrini)

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